Dossier Agosto 2016

NUOVE SFIDE PER UNA CHIESA IN CAMMINO CON L’UMANITÀ DI OGGI

  1. ANNUNCIARE LA GIOIA. LINGUAGGIO FORSE ABBANDONATO?

Vorrei provare a fare con voi in queste giornate di formazione e di spiritualità più che un cammino di indottrinamento, un’immersione nella bellezza  che  la Chiesa oggi è e nella bellezza di ciò che siamo noi in questa comunità ecclesiale. Insieme a tutto questo, però, desidererei con voi provare a conoscere alcuni passi che la Chiesa sta compiendo e che, ritengo, debbano essere se non studiate almeno approfondite, per amore della Chiesa che è o si presenta come Madre e Maestra.

Questa Madre e Maestra ci accompagna nel cammino che oggi ciascuno di noi fa e per questo cammino sa suggerire itinerari e vie che talvolta possono sembrare scomodi e alquanto “pericolosi”, ma che forse possono spronare la nostra fede ad interrogarsi, a crescere, a riprogrammarsi… anche per noi che già facciamo un cammino di fede e che possiamo pensare di essere ormai “arrivati” ad un livello, per cui non abbiamo più bisogno di trovare nuovi punti e nuove sollecitazioni. Ma anche perché il nuovo e il diverso ci possono spaventare, minando altresì quelle certezze che sembrano inattaccabili e fissate nella nostra mente come solide. Lasciamoci, pertanto, interrogare e scuotere da una Chiesa che , poiché Madre, vuole e desidera sempre il bene per noi, per la nostra vita e per il cammino che ciascuno ha scelto di perseguire.

Perché, dunque, un titolo che parla di sfide, di cammino e di umanità? Certamente non intendo muovere critiche inopportune ed anche sterili che in realtà non fanno che minare il nostro essere Chiesa; al contrario, le sfide di cui tenterò di tracciare qualche linea riguardano la nostra quotidianità, nella quale la Chiesa, oggi, sta avendo il coraggio di “sporcarsi le mani”. Tali sfide mettono in cammino una comunità, che si rende conto di dover sempre crescere in ogni ambito del proprio vissuto… Il tutto in un contesto di Incarnazione, porta di ingresso nella vita stessa di Dio e, per questo, nell’umanità di oggi che cammina nei solchi di una speranza, che è certezza di presenza di Dio, oggi e qui.

Fatta questa premessa, entriamo proviamo a farci sollecitare dalla Parola di Dio e dalla Parola incarnata nella Chiesa per essere uomini e donne che portano impresso nella propria umanità il sigillo dello Spirito Santo.

La prima “sfida” è quasi sconvolgente: annunciare la gioia! Mi riferisco ad una modalità di linguaggio che non è nuova ma che, forse, ad ogni livello (umano, ecclesiale, politico, massmediatico…) sta andando a  perdersi. Il linguaggio della gioia non è da confondere con una certa ilarità, che quasi fa perdere di vista la realtà e la drammaticità degli avvenimenti e che, in definitiva, scade in una spensieratezza imperdonabile. La gioia di cui parlo è la radice della nostra umanità e del nostro credo: non a caso anche la Scrittura dipinge la Storia della Salvezza con il filo rosso della gioia. Penso al profeta Isaia: “Rallegratevi con Gerusalemme, esultate per essa voi tutti che l’amate. Sfavillate con essa di gioia tutti voi che per essa eravate in lutto… Voi sarete allattati e portati in braccio, sulle ginocchia sarete accarezzati. Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò…” (Is 66, 10.12-13)

Siamo nella terza parte del Libro, ormai alla fine, dopo che il popolo ha sofferto l’aridità nei confronti di Dio, per gli innumerevoli peccati compiuti, dopo aver attraversato la piaga del deserto. In questo momento Isaia annuncia una gioia quasi indomabile che non è una spensieratezza sulla storia di Israele, ma una speranza che sgorga dalla corteccia dura del popolo e dalla fatica di una relazione che chiede coerenza e responsabilità. Il profeta parla di una gioia stupenda: Rallegratevi, perché è Dio innanzitutto che si prende cura di voi! È bello pensare che nella nostra esistenza è Dio che continuamente ha cura di noi, della nostra vita, fatta di conquiste grandiose ma anche di “atterraggi” di emergenza.

Pertanto, la gioia diviene una modalità di comunicare ad un popolo, Israele, un po’ ribelle, ma comunque creato dalle viscere della misericordia di Dio. Questo aspetto ha bisogno di essere recuperato da noi tutti, che in forme diverse, siamo non solo educatori di una parte del popolo di Dio, ma anche portatori di un’immagine di Dio. Per questa ragione e non a caso, papa Francesco ha intitolato due Esortazioni “Evangelii gaudium” (la gioia del Vangelo) e “Amoris laetitia” (la gioia dell’amore). Una parola della Chiesa indirizzata all’umanità intera che inizia con il risvegliare il desiderio della gioia. Nella stessa Chiesa c’è bisogno di riaccendere lo Spirito della gioia che è il cuore dell’annuncio del Vangelo. Così inizia il Vangelo di Marco: “Inizio del Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio”, inizio della bella notizia di Gesù…

Il Vangelo non inizia con dei moniti o con degli imperativi da vivere, ma con una notizia che dà gioia, Dio si è manifestato nell’uomo Cristo-Gesù, per condurre ciascuno di noi alla vera gioia, che è la pienezza di vita. Dunque, un documento che riguarda la gioia del Vangelo che è la porta d’ingresso per la conoscenza del mistero di Dio (E.G. n. 7). L’incontro con una Persona che ci ama e proclama per ciascuno di noi la salvezza integrale. La gioia non è solo un sentimento fine a se stesso e che rimane un ricordo del passato nella vita di ogni uomo e donna; la gioia diviene la caratteristica principale per tendere al bene e per riconoscere l’altro come uomo/donna che condivide il mio stesso scopo di vita (E.G. n. 9).

Inoltre, il motivo della gioia fa recuperare la freschezza di una Tradizione quale quella della Chiesa, che non è un museo di archeologia, ma al contrario è freschezza rinnovata che va incarnata nel nostro oggi (E.G. n. 11).

Per giungere alla conclusione di questa prima tappa uno sguardo introduttivo all’altro documento, “Amoris laetitia”. Anche qui ritroviamo l’ebbrezza di un linguaggio che ci è familiare, ma che avevamo perso di vista: la gioia dell’amore che si vive nelle famiglie. Il documento parte con una constatazione di speranza (non ottimistica – accenna alle fragilità cosparse nelle quotidianità disperate delle famiglie), ma non per quest0 non è in grado di annunciare ed esortare alla gioia di un Dio – Compagno incarnato, che fa la nostra stessa strada, che sa ancora una volta “scommettere” sulla bellezza dell’uomo e della donna di oggi… Allora la gioia di cui parla papa Francesco non riguarda solamente le famiglie in quanto tali, ma è rivota a tutta la comunità ecclesiale, ad ogni uomo e donna per recuperare il senso di responsabilità e per formare la coscienza di ognuno (cfr. A.L. n. 35-36-37).

Per questa ragione, la gioia si inserisce in un itinerario di vita e di crescita umana che interessa tutti noi e non solo una parte (consacrati, preti, vescovi…). Tutti siamo chiamati a itinerari di vita piena che conducano alla vera felicità (A.L. n. 38). Tutta la nostra vita è inserita in una storia che ha bisogno di essere letta alla luce di una gioia che non è effimera e non “vola” sulla testa della gente, ma è incarnata nei vissuti che sanno di bellezza, di lotta, di conquista, di fatica…. In definitiva, la gioia è espressione stessa di Dio e di come Dio si presenta all’uomo di ogni tempo (cfr. Lc 15). Le parabole della misericordia evidenziano la gioia di Dio nel cercare, trovare, guarire ogni tipologia di smarrito… La gioia è più originaria della fede, perché prima che si arrivi alla fede nella fiducia del cuore e a una conoscenza certa, ci sono lo stupore e la gioia, che prendono tutta la vita del destinatario del dono. Tutto questo fa sì che per chi intende assomigliare a Dio ha bisogno di gioire pienamente; non solo, occorre anche saper gioire degli altri: la compartecipazione alla gioia presuppone un certo altruismo, nel quale si partecipa alla felicità e basta.

Può aiutarci l’icona biblica dell’invio dei settantadue discepoli (Lc 10, 1-12.17-20). Il testo si colloca nel grande viaggio di Gesù verso Gerusalemme, la meta, la pienezza di vita, la gioia. Son inviati settantadue discepoli che non sono gli apostoli, ma ogni uomo e donna che ha vissuto un’esperienza di incontro con il Maestro, Gesù. Il contenuto dell’annuncio è distinto in due momenti che si completano vicendevolmente: l’annuncio della pace, che è presenza di Dio, e l’annuncio del Regno che si è fatto vicino e che è lo stesso Cristo Gesù. All’entusiasmo sorprendente della missione dei discepoli, risponde Gesù con una verità stupenda: “i vostri nomi sono scritti nei cieli”. È la benedizione di Dio su ciascuno di noi; è l’espressione della cura che Egli anzitutto ha per te!

 

 

  1. ANNUNCIARE. DALLO SGUARDO SU GESÙ LA NOSTRA VOCAZIONE.

Una delle piste che sono emerse dal Convegno ecclesiale di Firenze è proprio quella dell’annunciare. Proviamo insieme a comprendere come questo annuncio abbia bisogno di emergere da una scelta che prima che nostra è propria di Gesù. Dalla sintesi proposta dai gruppi che si sono mossi su questa traccia è emerso come l’annuncio da subito ha il sapore della gioia (”Rallegrati, Maria…” . Lc 1,26). Questa gioia, sicuramente, ha a che fare con la vita di ogni uomo e donna e, proprio per questo, con un incontro. Infatti, chi non fa esperienza in prima persona dell’annuncio di salvezza di Gesù, non avrà l’entusiasmo di condividere ciò che ha vissuto e non sarà in grado di muovere la vita degli altri verso il vero incontro.

Già la Parola ci orienta in questa direzione quando, narrandoci la chiamata – vocazione – incontro di Paolo, nel libro degli Atti (cfr. At 9,3-6.15-16), ci mostra una cosa fondamentale: la ricerca che il Signore compie nei riguardi dell’uomo è sempre finalizzata ad una salvezza –missione (“Ma tu, alzati… e ti sarà mostrato ciò che devi fare”); inoltre, la missione che Paolo riceve prende forma, nasce dallo scambio di sguardi con Gesù.

La misericordia di Dio, ogni volta che incontra l’umanità, smuove le persone verso una pienezza di vita e verso un compito tutto particolare: infatti, per Paolo lo sguardo che Gesù posa su di lui è inizio di un cammino di crescita radicale. Per l’apostolo aver incontrato il Signore Risorto cambia la prospettiva della sua esistenza: in un passaggio della lettera ai Galati questo lo esprime bene (cfr. Gal 5,6.22-23.  6,14-15. 5). Paolo fa un cammino di interiorità profonda, che lo conduce dall’essere fedele osservare di una Legge, al proclamare che nella sua vita è avvenuto il passaggio: è adempiuta la Pasqua di Cristo. Egli ha il coraggio di vivere con fedeltà alla Legge dell’amore del Signore la sua vita rinnovata.

E per noi? C’è stato un passaggio, uno sguardo, un momento in cui forse abbiamo avuto bisogno di spogliarci di una “corazza” sicura, comoda, ma che in realtà ci svuotava interiormente?

Papa Francesco, in E.G., sottolinea un primato importante. Egli fa emergere che per la sua vita, per la vita di ciascuno di noi, c’è bisogno di partire dalla motivazione di fondo per poter annunciare qualcosa: è uno sguardo, l’esperienza di un amore che salva: Dio raggiunge la nostra esistenza in maniera concreta, incarnandosi. Durante la celebrazione eucaristica al Convegno di Firenze, il papa esordiva, dicendo che alla radice del mistero della salvezza sta la volontà di un Dio misericordioso, che non si vuole arrendere di fronte alla incomprensione, alla colpa e alla miseria di ogni persona nella sua condizione concreta. Questo significa lasciarsi guidare dal volto del Dio – Vivente che non rimane nascosto nell’immensità dei cieli, ma fa la nostra stessa strada.

Per questa ragione, domandiamoci cosa significa per la mia vita, per la vita di ciascuno di noi, annunciare. A Firenze è emerso che annunciare significa mettere al centro il Vangelo, che significa:

  • Conoscere la Parola di Dio: saper ascoltare il Vangelo, elemento di unione, che crea la comunità, facendolo diventare esperienza ordinaria della formazione cristiana.
  • Rendere attuale, cioè incarnata nell’esperienza concreta di ogni uomo e donna, la parola di Gesù. La comunità è lo spazio di incontro per la vita di ciascuno.
  • L’ascolto della Parola genera una “sana” inquietudine, ossia una tensione aperta verso la pienezza di vita e quindi dinamismo. “Gesù ha conosciuto l’inquietudine umana…. L’inquietudine che rode nel cuore di una carità così bacata, ma ha anche la coscienza che sia la primissima punta dello spuntare della speranza. Quando la giovane speranza comincia a spuntare nel cuore dell’uomo, sotto la rude scorza, come una prima gemma di aprile” (Peguy, Il portico del mistero…).

L’annuncio, in quanto tale, ha bisogno di relazione e della relazione fondamentale con il Cristo Signore; quindi, della relazione con la Chiesa Madre e, in definitiva, con gli uomini e le donne che fanno la comunità (cfr. E.G. 268). La nostra identità non si comprende senza questa appartenenza, che ci richiama al nostro essere cristiani autentici. Essere consacrati è avere coscienza di appartenere a Dio e di appartenerci reciprocamente; e lo siamo non perché isolati in una relazione io-Dio, ma in un cammino che ci fa popolo, ci rende comunità e quindi, Chiesa – Sposa del Signore – Sposo – Maestro. È bello sentirci ed essere Chiesa e Popolo che, per questa sua natura, annuncia una Parola che ha il carattere della bellezza e dell’eternità.

“Diverso e simile a me, colui che mi sta di fronte e, nello stesso tempo, trascendente e prossimo. La sua presenza, anche muta e prima di ogni parola, non è realtà semplicemente esterna a me, ma parola capace di parlare dall’interno di me e di dire qualcosa su di me precisamente attraverso il mio rispondere. Con il suo esserci, infatti, l’altro uomo nega a me ogni possibile pretesa di definire il suo senso e offre a me la possibilità di sperimentare, per la mia stessa esistenza, un nuovo senso propriamente umano” (Donatella Abignente – Sergio Bastiamel, Le vie del bene, pag. 162).

Cosa si vuole mettere al centro di questo concetto? Che prima ancora di poter “cosificare“ l’altro a mio piacimento, la mia vita ha bisogno di lasciarsi interrogare dall’altro in quanto tale e non perché più o meno intelligente di me, più o meno uguale a me, più o meno “persona” di me (qui mi riferisco a delle situazioni che sono frequenti tra le nostre famiglie e ci offrono la possibilità di toccare con mano il mistero della vita: malati terminali, , persone con diverse disabilità… è un capitolo nuovo che sarebbe bello e fruttuoso poter affrontare!). L’altro non ha bisogno di essere definito da me, ma è vivo per farmi gustare la presenza di Dio e per provocarmi ad una ricerca del mistero del Signore incarnato nella mia quotidianità presente… (E.G. n. 274)

Non è questo allora sapere annunciare una Parola, un mistero di Dio che non è questione del passato, ma riguarda un oggi e la comunità in cui mi trovo a vivere? Questo interessa me, noi consacrati, ma anche tutti coloro che sono destinatari solamente di uno sguardo, di una parola di vita, di una gioia grande… Pertanto, chiediamoci innanzitutto quale volto di Dio ho incontrato e ha affascinato la mia vita? L’inizio è sempre questa relazione divina, che ci rivela la bellezza dell’essere accompagnati da Dio; quindi, da questo volto – incontro d’amore, quale annuncio la mia vita può testimoniare? Stiamo attenti a non fare dell’annuncio uno slogan da pubblicizzare: l’annuncio non va sbandierato, bensì testimoniato, senza proselitismi, ma con la forza, l’audacia e la passione della vita umile. Ecco ciò a cui ciascuno è chiamato a riscoprire nella sua vita di chiamato, scelto e inviato in una comunità – popolo di uomini e donne cercatori di Dio.

Mi piace pensare, per concludere, ad una immagine che riprende un po’ il titolo di un testo di M. Buber, “Io – Tu”. L’autore parla delle relazioni che avvolgono la vita di ogni persona; e ritengo importante comprendere come in un rapporto Io – Tu, l’identità dell’Io si fonda “nell’appartenere” ad un Tu, in cui appartenere non vuole indicare un senso di schiavitù, ma riguarda la responsabilità di una relazione dà a chi la vive con la libertà matura che ci rende uomini e donne.

Sarebbe bello riscoprire in noi viva la relazione  fondante Io – Dio e Io – Popolo, che non possono essere scissi mai e che fanno l’unità della persona chiamata ad annunciare una verità che dona vita e gioia sempre (cfr. A.L. n. 128).

L’icona biblica che può accompagnarci è 1 Sam 16, 1-13.17, 43-45. Questo testo ci fa vedere un Dio che agisce nei confronti dell’uomo con una generosità e un cuore immenso. Il brano si inserisce nella monumentale e avvincente storia di Davide, uomo di Dio, scelto, amato, perdonato dal Signore della vita.

L’invio di Samuele a Betlemme è un segno forte e profetico. Betlemme è un villaggio sperduto, quasi insignificante: qui verrà scelto il re per Gerusalemme, qui nascerà il Re, Pastore universale… La bellezza di partire da ciò che è ai margini.

La scelta tra i fratelli: a Samuele è presentata quasi tutta la stirpe dinastica, ad eccezione del più “piccolo e fulvo”. Ed è spiazzante quanto il Signore rivela al profeta: <<Io l’ho scartato perché non conta quel che vede l’uomo: infatti, l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore>>. Lo sguardo del Signore che penetra nella verità dell’uomo.

Da questo sguardo amante nasce la missione di un uomo che si sente accompagnato e guidato dal nome del Signore, garanzia eterna di vittoria. <<Io vengo a te nel nome del Signore degli eserciti>>.

 

 

  1. USCIRE. IL VOLTO UMANO DELLA CHIESA CHE TESTIMONIAMO.

Dopo aver conosciuto le basi fondanti sulle quali poggia la vita umana e cristiana di ciascuno di noi (la gioia e lo sguardo amorevole del Signore), proviamo a delineare il fulcro della nostra missione di uomini e donne inseriti in un cammino di pienezza di vita.

Nel discorso “Il nuovo umanesimo in Gesù Cristo”, che papa Francesco ha pronunciato a Firenze, nelle battute finali usa un’immagine alquanto strana e innovativa per la maggior parte: voi siate non costruttori di muri, né di frontiere, ma piazze e ospedali da campo. Ritengo che questa sintesi prima della missione evangelizzatrice possa esplicare al meglio l’uscita e il volto di Chiesa. Chiediamoci insieme quale volto oggi la Chiesa mostra all’umanità? In che maniera possiamo declinare il verbo “uscire” nei nostri ambienti quotidiani? Se proviamo a ripercorrere la Scrittura, ci accorgiamo che in essa si ripropongono almeno due volti di una comunità, che fa fatica spesso a convergere verso la bellezza del volto di Dio.

Nel libro dell’Esodo (32,7-14), il dialogo tra Dio e Mosè, l’ira di Dio che si accende nel vedere il popolo che non ha atteso a lungo per costruirsi un idolo visibile e la preghiera di Mosè che colpisce al cuore Dio. È bello pensare a questi due volti divini e umani insieme che riflettono il cammino gioioso e stanco del popolo; ancora di più, crea stupore il fatto che sia l’uomo, un membro del popolo salvato, a chiedere in preghiera la “conversione” di Dio, Colui che ha creato e liberato questo popolo, Israele.

Nel Vangelo di Matteo (9,9-13), la chiamata di Matteo delinea più marcatamente la scissione dei due volti: da un lato l’irreprensibilità apparente dei pubblicani, dei farisei, degli scribi, che pur sedendo a mensa con il Maestro, non condividono l’immagine di Dio che Egli propone loro. E, quindi, dall’altro lato c’è l’icona reale e incarnata della misericordia del Padre, Gesù.

Nel libro degli Atti (15,5-12), il discorso di Pietro dinanzi ai farisei convertiti, che intendono imporre il giogo della circoncisione per coloro che si convertono. La risposta di Pietro, uomo ormai maturo e illuminato dall’incontro con il Risorto, è spiazzante: <<Noi crediamo che per la grazia del Signore Gesù siamo salvati, così come loro>>. È il volto della cura di Dio che qui viene proposto da Pietro, a discapito di un volto rigido, che non vuole né riesce ad accogliere appieno la novità del Cristo Risorto.

Fatti questi esempi, proviamo noi stessi a collocarci nel solco della nostra storia umana ed ecclesiale per dirci chi siamo noi. Nell’Evangelii gaudium, il papa si esprime sulla comunità – volto, dicendo che la Chiesa, incarnata in uno spazio, ripropone il Vangelo di Cristo: questa è la prima caratteristica di una Chiesa in uscita. L’incarnazione, non nuove modalità di vita, di pastorale, di iniziative…; ma l’incarnazione, che non può essere uno slogan, bensì uno stile di vita nostra, ovvero delle nostre comunità.  Questo è il primo tassello di una Chiesa in uscita: ma come posso e possiamo declinare l’incarnazione, quindi l’uscire della Chiesa, per noi oggi, nelle situazioni in cui ci troviamo a vivere. Proviamo a pensare alle molteplici situazioni che oggi ci circondano: la questione delle coppie di coniugi separati – divorziati e risposati; la delicata vita degli immigrati che quasi quotidianamente affollano di speranza inedite i mari della nostra terra e invece muoiono disperati; delle donne costrette alla prostituzione; il dilagare delle persone di orientamento omosessuale… e ci sarebbe tanto altro. Qual è dunque, se c’è, la risposta che la Chiesa dà oggi a queste persone che, come noi, sono figli di Dio?

A Firenze, nella relazione dedicata all’uscire, si delineava che “un luogo significativo dell’umanità in uscita è data dai gesti e dai segni di accoglienza delle persone provenienti da inedite frontiere”. Gesti e segni di accoglienza che indicano lo stupore di un Dio incarnato, che oggi continua a mostrarsi attraverso una Chiesa innamorata dell’umanità, immagine bella di Dio. Per questo mi chiedo come ciascuno di noi incontra la bellezza dell’umanità di oggi. Cosa diamo a questi uomini e donne che forse a fatica cercano il volto di un Dio Padre, che spesso nelle nostre comunità si presenta come un padre burocrate? Talvolta, la comunità ecclesiale, che siamo noi, non riesce a ripresentare la bellezza di un Signore che bussa, vede in profondità, salva e dona la speranza di un cammino rinnovato. Alle volte sembra di essere “fuori traccia” rispetto a quanto il Maestro Gesù ci ha affidato, disinteressati dei drammi di persone che, pur in situazioni diverse dalle nostre “rettitudini”, tuttavia fanno un cammino di fede. È grave, ad esempio, che si faccia fatica a provare a declinare l’esortazione Amoris laetitia nel qui ed ora. Si fanno Settimane teologiche, relazioni di programmazione per l’anno pastorale e non si riesce ad andare incontro alle persone, non si riesce a far scaturire la bellezza del camminare insieme a tutti, con la fatica, senz’altro, di provare a declinare in maniera differente l’unica fede nel Signore, morto e risorto. Sono questi i segni di una Chiesa che ha paura, che è limitata a rispolverare la tradizione, come se fosse “un’opera da museo” e non riesce a “rischiare” per il bene delle persone. È meglio “rischiare in misericordia che non irrigidirsi”, dove misericordia non sta per perbenismo. Papa Francesco cerca di ridare splendore alla Chiesa e afferma che è necessario sporcarsi le mani con il fango della strada, ossia prestare attenzione alla vita bella e fragile di ogni fratello e sorella, che ha il coraggio di fare sul serio. Penso che tutto questo sia incarnazione e immagino che al tempo di Maria e di Giuseppe non sia stato facile essere destinatari di questo mistero per l’umanità intera: non è semplice e scontato accogliere un Dio che diventa uomo come me, per fare con me la mia strada. Quanto è complicato accogliere il fascino di questo mistero, che rimane la porta d’ingresso della vita della Chiesa. E proprio perché Dio è uomo- con- me che comprende ogni tipologia di passo umano (cfr. E.G. n.45).

La Chiesa è casa con le porte aperte… Come possiamo far percepire questo tratto umano-divino? L’impronta che il “laico”, nel senso più bello del termine (appartenente al popolo salvato) dà alla comunità ecclesiale tutta è importante. Tra il popolo ci sono persone che hanno una sensibilità bella nei confronti degli altri e un amore appassionato per la Chiesa e che fanno toccare con mano quel volto di Chiesa che non dimentica nessuno (cfr. E.G. n. 46). Non penso che sia un’utopia, al contrario è il cammino che da sempre, dagli inizi della creazione, l’uomo ha fatto con Dio e viceversa. Saper riscoprire l’audacia di questo cammino che non crea timore e paura, ma alimenta speranza e solidarietà. Concludo questa pista provocatoria, facendo riferimento all’icona biblica di Pietro che si reca a casa del centurione romano (At 10, 1-48).

È una delle pagine bibliche che suscita grande stupore e commozione (“moveo – cum), che descrive con semplicità e audacia la Chiesa in uscita che si prende cura dell’uomo.

Il centurione è un pagano, lontano da ogni tipologia di “setta religiosa”, eppure credente autentico e con una pietà oltre misura, che sa anche obbedire alla Parola di Dio, nelle vesti del messaggero in bianche vesti.

Pietro, ancora un po’ perplesso sulla questione dell’incontro con i pagani, è capace di compiere questo primo passo coraggioso e di obbedire (ab-audire) alla parola del Maestro- Risorto.

 

 

  1. ABITARE. L’AMORE – CARITÀ: CENTRO E CULMINE DELLA VITA CRISTIANA

Ci siamo fermati nelle riflessioni precedenti su tematiche che riguardano il volto della Chiesa e come essa si presenti al nostro mondo. Ora, invece, vogliamo fare un passo in profondità, fermandoci su ciò che è culmine della vita cristiana: l’Amore – Carità di un Dio incarnato che si fa scoprire nella bellezza del Bambino Gesù; l’Amore – Carità che è il nome proprio di Dio che si avvicina alla nostra vita nel rispetto e nella voglia di incontrare ciascuno di noi per ciò che è oggi; l’Amore- Carità di un Dio che è sempre pronto non solo ad accoglierci, ma anche a fare la strada con noi, suo popolo.

Tutta questa specificazione di Amore-Carità, che definisce l’essenza stessa di Dio, è possibile ricondurla all’altro verbo che a Firenze è stato usato: abitare.

Con ciò non intendo promuovere un “accomodamento” della nostra vita, oppure del nostro essere Chiesa, al contrario ritengo che questo verbo vada in profondità nella vita di ogni uomo e donna. Abitare vuol dire dimorare nella vita del Signore Gesù, da cui ciascuno riceve il mandato di essere testimone del Dio Vivente. Pertanto, abitare, ancora una volta, risulta essere per noi una dimensione fondamentale della nostra vita e non solo un “luogo” che rimane “sicuro alloggio” di un cammino senza meta.

Se pensiamo all’esperienza della Rivelazione nella Scrittura e, soprattutto, nel Nuovo Testamento, sicuramente ci vengono alla memoria diversi passaggi di come il verbo abitare viene declinato. Un esempio che valga per tutti è Lc 10, 38-42, in cui l’evangelista racconta dell’incontro di Gesù con Marta e Maria: è un incontro che non è solamente di una cordiale cortesia, ma è il prototipo di come il Signore insegni a ciascuno di noi ad abitare nella Sua Vita.  Da questo breve racconto evangelico emergono due aspetti indispensabili per noi oggi. Cosa significa abitare?

  1. Stare ai piedi di Gesù nel gesto dell’ascolto: un ascolto che non è indifferente, di qualcosa già sentito e ripetuto. È l’ascolto della Parola di Colui che rivolge a ciascuno la parola di salvezza; dunque un ascolto che mette in relazione, perché mi fa incontrare l’interiorità dell’altro, di chi mi sta di fronte. L’altro che è sempre un mistero davanti alla mia vita, riproducendo il mistero unico di Dio (cfr. la teologia del volto, di cui Levinas è stato il promotore).
  2. Abitare per curare: è un’interpretazione del verbo che nel Vangelo compare come “essere distolta per i molti servizi”. Perché? Questa seconda sfaccettatura dell’abitare è anch’essa importante; l’ospitare, l’accogliere è il gesto umile ma non scontato dell’incontro. Se io, tu, noi non siamo in grado di ospitare chi ci sta accanto, rischiamo di perdere l’occasione dell’incontro con Dio stesso (rimando a Gen 18, 1-16, in cui l’autore sacro narra dell’incontro tra Abramo e dio stesso e nel quale allo stupore della “visione” si unisce il darsi da fare per rendere ospitale e accogliente la sua dimora: notare come tutti i verbi indichino la fretta e la bellezza di non far attendere il grande ospite).

L’accoglienza di Marta non ha il mero senso di un assistenzialismo, in cui tutto o quasi ruota intorno al dare prestazioni che possono giovare la vita dell’altro. Invece, tale accoglienza tende a far emergere la dignità di chi mi sta di fronte. Per questa ragione le due donne, Marta e Maria, sono esse stesse rinnovate nella loro dignità di donne, perché l’una parte da quella parola che, rassicurando, dona la vita in pienezza; l’altra, servendo, riceve non un premio, ma la dignità di essere salvata. I due aspetti non sono importanti per avere un grado di superiorità dell’uno rispetto all’altro; infatti, possiamo leggere come prosieguo di questo brano Gv 12, 1-11, in cui è narrata la visita di Gesù nella casa di Betania con Lazzaro, Marta e Maria: qui i gesti descritti in precedenza assumono un tratto del tutto pasquale. Lazzaro che è commensale al banchetto con il Signore, Marta, il cui servizio diventa preludio alle nozze messianiche e Maria, il cui ascolto si tramuta in profumo d’amore.

Ecco descritto biblicamente il senso dell’abitare, ma ora chiediamoci, sullo scenario fondante di questa Parola, cosa può significare per noi abitare, cioè il fare propri gli atteggiamenti del Signore Gesù, nel suo Amore – Carità, che è senza riserve. Nella relazione sintetica fatta a Firenze su questa realtà dell’abitare c’è un passaggio in cui si chiarisce: «Non si abitano solo i luoghi: si abitano anzitutto le relazioni. Non si tratta di qualcosa di statico, che indica uno “stare dentro” fisso e definito, ma l’abitare indica una dinamica». In continuità con quanto già detto in precedenza, emerge qui un itinerario che ha l’ebbrezza di mettere in moto tutte le nostre facoltà umano-spirituali… Non dobbiamo smarrirci, non sapendo da cosa iniziare: «Non si parte da zero. Bisogna essere consapevoli che l’abitare per il cattolico è anzitutto un “farsi abitare da Cristo”, perché solo a partire da qui può essere fatto spazio all’altro». Pertanto, nella nostra vita chi muove il primo passo è Cristo stesso che fa casa nella nostra esistenza di uomini e donne che camminano nella quotidianità di sempre. Abitare vuol significare sperimentare l’amore accogliente e perdonante di Dio per poter quindi andare incontro agli altri nostri fratelli e sorelle che ci chiedono nulla di più che lo stesso amore di Dio. Per tale ragione la Chiesa a Firenze ha declinato il verbo abitare attraverso alcune concretizzazioni: ascoltare, lasciare spazio, accogliere, accompagnare e fare alleanza. Questi cinque modi di rendere fattibile l’abitare riguardano il nostro metterci in relazione, il nostro provare a partire dall’amore autentico che il Signore vuole e dimostra per me, per vivere nell’amore – filiale – relazionale con gli altri.

Papa Francesco afferma “la mistica del vivere insieme” che genera speranza e crea fraternità: questo può diventare quell’amore di Dio sperimentato e reso concreto nelle nostre esperienze di vita di ogni giorno e che rendono la Chiesa non solo il luogo e lo spazio in cui abitare, ma anche esperienza stessa dell’abbraccio di Dio (cfr. E.G. n. 87). Questa idea è ripresa nell’Amoris Laetitia: “nessuno può essere condannato per sempre”. La logica del Vangelo è quella della ri-educazione, dell’accompagnamento, dell’esperienza dell’amore autentico e senza “prescrizioni” (cfr. n. 297).

Il compito della Chiesa e di ciascuno di noi è rivelare la divina pedagogia della grazia per raggiungere la pienezza del piano di Dio in ciascuno. Questo non è massimalismo, non è fare sconti a buon mercato; ma è avere l’audacia di scommettere sull’amore di Dio e sulle capacità – responsabilità umane che sempre dobbiamo tener presenti.

Quanto nella nostra vita abita Cristo Gesù? Quanto in noi abita il desiderio di Amore – Misericordia che riceviamo da Dio e di cui dovremo renderci canali facilitatori per gli altri? Essere promotori della felicità mia e dell’altro, questo è il compito di ogni cristiano e amare di più della comunità ecclesiale in interezza, per la quale la vita dell’uomo è esperienza sacra, è avere cura di Dio stesso.

Il Salmo 42-43 può aiutarci a comprendere come la pedagogia divina agisca sempre nella nostra vita, perché non rimaniamo fermi nel rimpianto e gustare già nell’oggi il compimento dell’esistenza.

Il Salmo 42 è un tutt’uno con il Salmo 43 e ci mostra il cammino dell’uomo e la possibilità di essere abitati da Dio, che ci avvolge col suo amore misericordioso.

L’autore sacro descrive una situazione presente di nostalgia della bellezza e del conforto di Dio; la nostalgia provoca il ricordo della bontà di Dio e, per questo, le lacrime, segno della lontananza (cfr. 42,2-5).

Il grido sale a Dio per un passato in cui l’autore ritiene di essere stato abbandonato (cfr. 42, 7-11).

Nel Salmo si compiono la vita del salmista e le promesse di Dio, che esaudiscono la preghiera di colui che si lascia abitare dall’amore di Dio (43, 1-4).

 

 

  1. EDUCARE AL BENE POSSIBILE DI UNA CHIESA ACCOGLIENTE.

Possiamo considerare questa riflessione il culmine delle nostre giornate. Il tema dell’educare e quello del bene possibile sono imprescindibili per una Chiesa che vuole essere accogliente per uomini e donne che scommettono sulla pienezza della propria vita. L’audacia del bene possibile, proposto e studiato da molti teologi del passato, e fatta riemergere da papa Francesco in questi anni del suo pontificato, non è un puntare al minimo nella vita delle persone, al contrario è puntare sulla cura di ogni uomo e donna, sapendo considerarli un mistero da vivere. Pertanto, emerge la sfida grande di non scadere da un lato nel massimalismo e dall’altro nell’individualismo, entrambi distruttivi per la persona.

Nella sintesi dei lavori a Firenze sul verbo educare è stato scritto: <<È apparso chiaro come tale contributo si fondi non tanto su strutture, su tecniche o metodologie, su programmazioni educative ben strutturare, pur necessarie: esso si realizza piuttosto quanto l’educazione cristiana, rischiando modi e forme sempre nuove, si conforma all’educare di Cristo, sia quanto a contenuto (la dignità inalienabile della persona), sia quanto a metodo (la centralità della persona), che trova nell’incarnazione il modello educativo e il criterio di ogni intervento>>. Ciò che si pone al centro del discorso è sicuramente che l’educazione della comunità cristiana prende avvio dal modelli “cristico”, nel quale la persona nella sua dignità e nell’incontro personale è salvaguardato e fatto crescere. Tutto, però, si pone sul fondamento della incarnazione che non può diventare lo slogan pubblicitario della nostra fede, bensì il criterio unico e irripetibile per interpretare la vita e la stessa fede.

Se vogliamo partire dal criterio pedagogico cristico, una pagina che possa illustrare il modo di educare al bene possibile del Signore Gesù è la parabola dei talenti (cfr. Mt 25, 14-30), che si trova subito prima del “giudizio escatologico”. È interessante questa consequenzialità di brani: dal bene che ognuno prova a vivere, sceglie il proprio posto davanti al Signore. La nostra parabola ci descrive come quest’uomo in partenza, lo stesso Cristo, affida a persone scelte i suoi beni (i suoi beni diventano virtù di ciascuno). Attenzione, però, affida i suoi beni non in parti uguali, ma sapendo riconoscere le possibilità di ognuno: quest’uomo è attento alla persona, non si limita a massificare chi gli sta davanti. Cosicché ognuno si industria nel proprio modo a far fruttificare il bene ricevuto… Ecco il senso del bene possibile: avere la capacità di dilatare nella propria vita il bene, senza lasciarsi bloccare dalla paura di sotterrare e non mettere in opera questo tesoro grande. Il bene è la possibilità che ogni uomo e donna hanno per avvicinarsi alla creazione stessa che Dio mette in atto. Infatti, al bene posto dall’umanità si infonde la benedizione che Dio elargisce, meravigliandosi dell’operato dell’uomo.

Da questa immersione nell’insegnamento di Cristo possiamo tracciare alcune linee guida per ciascuno di noi, confrontandoci con l’insegnamento della Chiesa. Pubblicando l’Amoris Laetitia e in tutto il tempo dei Sinodi celebrati a Roma, l’intento del papa non è stato mai quello di condannare, in questo caso, le situazioni irregolari, né di proporre una permissività senza criterio. Francesco sta cercando di suscitare, alimentare e far fruttificare la ricerca che ognuno deve fare del bene. Cos’è il bene, dunque? E ancora, cos’è il bene per me che non sia esclusivamente privatistico, ma condiviso con una comunità?

Il bene è ciò che ogni uomo e donna riconosce nella propria esperienza di vita e che diviene normativo per vivere, cioè è norma concreta e non astratta per la crescita umana, integrale. Se pensiamo che tutte le nostre azioni non sono mai neutre o indifferenti; ogni nostra decisione porta con sé un rilievo grande sulla vita personale ed anche sulla vita relazionale; cosicché il bene autentico che ciascuno di noi compie non ha solamente risonanza personale- privatistica, bensì ha sempre un aspetto inter-soggettivo. È questo che rende vero e palpabile il bene.

L’esortazione nel constatare che al di là di un pronunciamento ufficiale sulla questione dei sacramenti da dare ai divorziati – risposati, il papa ha il desiderio di promuovere percorsi di crescita umana ed ecclesiale; il cap. VIII, dedicato all’accompagnare, discernere e integrare la fragilità, pone dei passaggi illuminanti. Francesco inizia questo capitolo con delicatezza e incisività (cfr. AL n. 291); la Chiesa si rivolge a ogni uomo e donna che, essendo fragili (incompiuti), hanno bisogno della grazia di Dio per compiere il bene. Tuttavia questo bene si esplicita nella cura e nell’amore vicendevole: questo aspetto non è riduttivo, né scontato. Nella nostra esistenza il bene prende forma nell’amore e nella cura reciproca e di ogni fratello e sorella. La comunità ecclesiale sa che bene per lei significa accompagnare con cura i figli, anche e soprattutto i più fragili. Educare non è semplicemente un ammaestramento, un indottrinamento, un riempire di contenuti una persona; educare è integrazione, accompagnamento, discernimento, che diventano la via generale di un accostamento premuroso e misericordioso a ciascuno e a tutti. Non è una prospettiva nuova o diversa da quella proposta dal Maestro Gesù, ma è sicuramente più impegnativo e pieno di responsabilità del dare semplicemente divieti o imposizioni. Anche se tutto questo non prescinde dalla Legge di Dio, che rimane pur sempre dono e compito per il popolo eletto, che siamo noi, una Legge che avanza gradualmente per il bene dell’uomo (cfr. A.L. n. 295). Una Legge che non schiaccia la responsabilità umana, ma le dona quella libertà che è felicità e pienezza di vita. Questo discorso che il papa affronta è reso ancora più incisivo dal fatto che la Legge generale, che va comunque considerata come norma  d’agire, produce tuttavia un limite nel momento in cui ci si trova ad affrontare situazioni particolari. Parlando delle norme e del discernimento, Francesco arriva a puntualizzare l’insoddisfazione di attenersi e applicare semplici leggi morali davanti a un uomo che non è una carta bianca, ma è una storia di vita bella, brutta, difficile o cosparsa di grandi traguardi (cfr. A.L. n. 304). Dunque, cosa fare davanti alla mia vita fragile (d’altronde non solo la vita dei divorziati risposati ha in sé delle fragilità, anche la mia esistenza ne ha cosparse, forse anche di più profonde), lacerata, che tuttavia cerca uno spiraglio di amore? Il papa non dà risposte puntuali ed esaustive valide per sempre e per tutti – ricadrebbe nell’impeccabilità della legge –, ma propone itinerari di vita, non regole e sistemi ma spazi in cui vivere e cercare la propria pienezza (cfr. A.L. n. 305). È un discorso sicuramente più arduo e complesso, abituati per millenni a trovare ricette pronte e preconfezionate, valide forse per tutti indistintamente; ma anche per tutta la comunità ecclesiale, quasi accomodata su uno stile che, in fondo, fa comodo: “Chi non diventa come noi, sia fuori da queste mura!”. È in questa cornice che si inserisce l’ardua sfida del bene possibile: possiamo, allora, giungere ad affermare che il bene possibile non è il bene di “come viene viene”, un bene a basso costo. È il frutto di una maturità umana e di una libertà ecclesiale, che dia corresponsabilità (cfr. A.L. n. 308): un bene, in definitiva, che non lascia indifferente né chi lo vive e testimonia, né chi ne prende atto. Il teologo Andrea Grillo, che ha commentato l’esortazione apostolica, seguendo in prima persona i lavori sinodali, si esprime così: <<Accettare di volta in volta in “bene possibile” diventa occasione per vivere la tensione al “bene massimo” come esperienza di integrazione e non di esclusione>>. Quanto affermato è un aspetto scottante della nostra strada, apre la via alla ricomprensione dei sacramenti, “bene massimo” per la vita della Chiesa, ma non irraggiungibile (cfr. E.G. n. 47). Tutti siamo in cammino. Ci può essere utile l’icona biblica che presenta l’episodio della donna adultera e di Simone il fariseo (Lc 7, 36-50): è uno dei testi che ci permette di orientarci al bene autentico.

Lo stare di Gesù insieme a quest’uomo, un fariseo che mal sopportava la presenza del Signore: il Messia accoglie l’invito, un’accoglienza che sa di novità e non di pregiudizio.

Ugualmente accogliente si mostra nei confronti di una donna (dicono essere una “peccatrice di quella città): non ha nome, come la donna da lapidare. Ella subito si esprime con il linguaggio dell’amore.

Gesù cerca di orientare entrambi verso un’unica meta: il bene. Qual è il bene possibile per questa peccatrice? È amare. E per Simone? Lasciarsi perdonare e riconciliare. La donna, amando, giunge alla pienezza di vita, cioè la salvezza.

 

 

  1. TRASFIGURARE. RENDERE SACRO IL QUOTIDIANO.

La riflessione che segue è il quadro d’uso per vivere ogni giorno quello che la nostra vita è chiamata ad essere. È bello lasciarci, dopo essere stati nutriti dalla Parola di Dio e dall’accompagnamento della Chiesa, con un verbo che non dice fine, ma inizio di un cammino.

Trasfigurare: è un verbo che gli evangelisti usano nell’esperienza del Signore Gesù per indicare una meta ben precisa: la Pasqua di morte e risurrezione. L’evento della trasfigurazione per Gesù non si pone in astratto, in un momento qualsiasi della sua vita: nel vangelo di Marco è narrata dopo la confessione di fede di Pietro  e allo stesso tempo dopo il suo non cogliere in pienezza tutto il mistero del Cristo. “Tu non pensi secondo Dio!” (cfr. Mc 8, 27-33. 9, 2-9).

Cosa significa questo? Il Signore sprona sempre i suoi discepoli a non staccarsi mai dalla concretezza della loro vita. Si parte dalla vita di ogni donna e uomo per arrivare a un saper rendere ogni gesto degno della santità. La vita del Maestro è tutta, dall’incarnazione fino alla morte e alla risurrezione, una trasfigurazione di Dio. Egli, attraverso la sua vita, mostra continuamente la presenza e l’amore misericordioso del Padre che non abbandona mai gli uomini. Nel vangelo di Luca, lo scenario è quasi simile dopo il segno della moltiplicazione  dei pani e la confessione da parte dei dodici (cfr. Lc 9, 10-17. 28-36). Gesù sale sul monte in disparte e mostra la bellezza del volto di Dio.

C’è qualcosa che accomuna i brani della trasfigurazione: entrambi partono e colgono una situazione concreta, umana, un bisogno umano e, quindi, si orientano verso una pienezza. Un altro aspetto è che oltre al momento che Gesù vive in prima persona, Egli stesso, nell’incontro con l’umanità che i Vangeli ci descrivono, mette in atto la trasfigurazione: nel cammino compiuto da Gesù, rende possibile che la vita di ogni uomo e donna si trasfiguri sempre di più in bellezza, perché rispecchia il volto di un Dio Amore, che continuamente sta in mezzo a noi. Per questa ragione la trasfigurazione non può determinare un punto d’arrivo nella nostra vita, come non lo è stato nella vita di Gesù, ma designa il “battistrada” sul quale siamo chiamati a sperimentarci tutti insieme. Ecco perché non è un traguardo quello che abbiamo raggiunto oggi, bensì uno “specchio” nel quale guardarci per assomigliargli sempre meglio.

La trasfigurazione ha in sé due momenti imprescindibili e inseparabili: “Percepire lo sguardo trasfigurante del Signore su di noi ci conduce a cogliere il valore dello sguardo sull’altro, come riconoscimento della sua dignità, soprattutto quando questa è attraversata da fragilità e povertà”. Trasfigurare è pertanto sguardo che cerca l’uomo e che trova nel Dio che scende alla sua ricerca; trasfigurare è anche sguardo che l’uomo stesso è capace di donare a quanti accanto a lui cercano un volto amico. In definitiva, come è affermato a Firenze, trasfigurare è “far emergere la bellezza che sono e che il Signore non si stanca di suscitare nella concretezza dei giorni, delle persone che incontriamo e delle situazioni che viviamo”. Questo spiega come ciascuno di noi è chiamato a vivere nella quotidianità dei giorni quella santità che è il dono che ognuno ha ricevuto nel suo battesimo: erede con Cristo del Regno dei cieli.

Come vivere la dinamica della santità trasfigurante nella mia vita? È opportuno ripartire da quanto papa Francesco ha affermato  proprio a Firenze:

Contemplare: un verbo che sta cadendo nel dimenticatoio. Siamo tutti così presi dalla frenesia del fare e del produrre che abbiamo dimenticato la nostra naturale essenza: stare per contemplare. Noi per nascere e venire alla luce abbiamo bisogno di nove mesi di contemplazione: la madre contempla interiormente la creatura che si sviluppa e cresce e, viceversa, la creatura umana contempla le voci che diverranno familiari, i battiti della madre che saranno l’”orologio” biologico della sua infanzia. Poi perdiamo quasi tutto di questa sosta estatica: dovremmo recuperare il gusto della contemplazione, che non vuol dire fermarsi passivamente di fronte all’umanità che ha bisogno di me, della mia operosità, del mio prendermi cura. Tuttavia, c’è bisogno di partire dalla domanda interiore: “Dove sono io?” “Dov’è Dio?” “Verso dove mi sto dirigendo?”. Chiediamoci se le nostre comunità ecclesiali, le nostre parrocchie offrono modalità per fermarsi davanti alla propria interiorità e scoprire il progetto di Dio per me, per la mia felicità, per scoprirmi trasfigurato (cfr. E. G. n. 94-95). Contemplare il volto di Gesù morto e risorto in modo preminente nella liturgia.

La liturgia non è sterile liturgismo, vuoto di significato. Parliamo di una liturgia connessa alla vita, che parte dall’esperienza per introdurre al mistero di Dio e così ritornare all’esistenza arricchiti di un incontro: questo significa mistagogia. Fare percorsi impregnati di vissuto umano e di parola divina aiuterebbe a celebrare la domenica con consapevolezza e con la certezza di avere incontrato Dio. E per chi non partecipa alla liturgia, come può contemplare il volto di Gesù? Nelle pieghe della storia di ogni giorno, nei volti di quei cristiani che riproducono il mistero della Trinità: sono due momenti che siamo chiamati a rialimentare nella nostra vita. Essere appassionati della storia di oggi, che io collaboro a costruire; è proprio a partire da questa consapevolezza che forse mi accorgerò di un passaggio, di un volto che continua a volere il mio bene, a provare in me il desiderio di realizzare il mio progetto di vita piena, in cui il divino si inserisce. In questo senso occorre immaginare un nuovo modo di pensare: pensare nel senso più ampio del termine, in cui c’è il fare teologico e il fare spirituale. “Una teologia più sensibile al reale, all’umanità in cammino, alla storia dell’uomo”.

Questo può essere il nuovo progetto della Chiesa per promuovere nell’esperienza di ogni persona l’entusiasmo per la santità, perché non sia relegata all’inizio della vita, con il battesimo, o solo alla fine, come meta da conquistare e solo per pochi eletti. Invece, la sensibilità per la santità è da ritrovare nei piccoli e semplici gesti quotidiani che possono sembrare non avere nulla a che vedere con la santità: lì il Signore ci mette alla prova e spesso si compiace di noi.

– La contemplazione del volto di Gesù per ricomporre la nostra umanità, anche quella frammentata per le fatiche della vita e segnata dal peccato. Il tutto si compone per una trasfigurazione della nostra vita: ciò non vuol dire che noi diventiamo diversi da ciò che siamo in realtà. Al contrario, la trasfigurazione ci fa scendere più in profondità nella nostra esistenza per mettere in risalto ciò che di benedetto c’è da Dio e per mettere a nudo le fatiche che ognuno si porta, sapendole risanare con l’olio della Grazia e “disinfettare” con la scelta per le responsabilità. Come coltivare la responsabilità nella propria vita? Dando un’interpretazione personale, credo che responsabilità si possa collocare nel grande solco della santità: si è santi non perché destinati da un Ente superiore che ci gestisce come un burattinaio, ma perché la nostra vita si realizza, si compie e arriva alla pienezza nelle scelte responsabili di santità che ogni giorno facciamo.

Santità non è sinonimo di eroismo o miracolismo. Papa Francesco ci suggerisce una via maestra  (cfr. A.L. n. 72). Cosa è l’essere consacrato a “La Missione”? Cos’è l’essere “consacrato” a vivere il laicato in maniera autentica? Cosa è l’essere “consacrato” nel lavoro quotidiano? Cos’è l’essere consacrato al presbiterato? Non è forse una vocazione e una risposta di responsabilità specifica alla chiamata che il Signore ha per ciascuno di noi? È importante saper stimolare una risposta autentica e concreta per portare frutto nella carità. L’obiettivo della vita di ciascuno di noi deve essere quello di mostrare la grandezza della nostra vocazione nel quotidiano: quanto ci stupiamo dei nostri giorni? Quanto ci rallegriamo per le scelte belle fatte in questa giornata? Quanto ci sentiamo trasfigurati, perché partiti dalla nostra umanità un po’ fragile per ritrovarci a tu per tu con Dio nell’incontro inaspettato con una persona, nella decisione delicata che hai maturato con fiducia e speranza, nella crescita che oggi avvertiamo di aver compiuto, nella “sosta” che siamo stati costretti a fare…?

Gli interrogativi alimentano un cammino, aprono varchi di speranza e ci aiutano, in definitiva, a prendere sul serio la Parola di  Salvezza che il Signore Gesù ha posto nei nostri cuori e che è incarnata in un vissuto ecclesiale che ci appassiona. A tutti noi giunga in dono dal Signore di essere apostoli di speranza e ciò non significa essere ottimisti davanti a tutto e a tutti, quindi riduttivi del vissuto altrui, ma vuol dire allenarsi ad avere lo stesso sguardo trasfigurante di Gesù, ad essere cristiani secondo la logica del Vangelo (cfr. E. G. n. 270 – 272).

La missione ardua ma affascinante è quella che tutti noi dobbiamo promuovere una pastorale che accompagni alla risposta della propria vocazione in Cristo, in fedeltà a Dio che in Cristo si è rivelato. Il Padre non aspetta che diveniamo degni di lui, ma si china verso di noi per renderci degni di lui; ci anticipa lo Spirito come possibilità nuova e fa dei sacramenti e della stessa Eucaristia il “rimedio per guarirci nelle nostre infermità”. Concludiamo con due icone bibliche: Maddalena al sepolcro (Gv 20, 1-2.11-18) e la sposa del Cantico dei Cantici (3,1-5. 6,4-10). I due brani esprimono da sé cosa si intende per trasfigurazione, lasciando chi legge senza respiro per l’audacia che trasmettono.

– Una donna, Maddalena, in ricerca di un morto, del cadavere di Gesù. Corre e piange. Cosa cerca la mia vita?

– Maria, cercando, vede: è un verbo che esprime superficialità; vede ma non comprende. La fede distratta che non sa riconoscere i segni.

– Vede Gesù. Il Risorto, ma ancora la sua vita, le sue forze, il suo pensiero è tutto intento a cercare un morto, una persona che non può più aiutarla.

– “Maria”, un nome, una storia trasfigurata, un amore riconosciuto. Gesù non usa stratagemmi per farsi riconoscere, ma si presenta con una storia salvata: il nome dice la mia salvezza!

– Maria vede e crede nel Risorto: il verbo della maturità e della fede autentica.

Nel Cantico dei Cantici la ricerca dice una tensione che sa sporcarsi nel fango della strada e della vita. La ricerca giunge a trasfigurarsi dal “Sono bruna…” al “Tu sei bella, amica mia…”.