Dossier Gennaio 2017

DOSSIER N. 53

I.

Giornate di spiritualità nel tempo di Natale 

 

FRATERNITÀ COME ESPRESSIONE CONCRETA

DEL VIVERE DA CRISTIANI

 

 

Sintesi delle riflessioni svolte da

Don Roberto Bartesaghi 

Como, 3 e 4 gennaio 2017 

 

a cura del Centro Missione di Ostuni

1. EXTRA ECCLESIA NULLA SALUS. LA FRATERNITÀ COME ELEMENTO IMPRESCINDIBILE DELL’IDENTITÀ DEL CRISTIANO

 

Ringrazio di essere stato invitato a questo compito, pur non essendovi preparato perciò accogliete quanto ho da offrirvi come frutto dell’esperienza, se non della formazione. Il percorso che penso di offrirvi in questi due giorni viaggia attraverso tre passaggi successivi e vorrei prima di tutto fermarmi sull’importanza della fraternità nella vita cristiana. La prima sottolineatura di fraternità è quindi legata alla Chiesa e alla sua identità: siamo nella dimensione ecclesiologica della fraternità. La seconda sottolineatura sarà legata alla sfera del singolo, cioè la dimensione personale della fraternità. Mi piace poi interrogarmi su come la fraternità agisca su ciò che sta attorno. con questa terza sottolineatura saremo nella sua dimensione sociale. Ci faremo guidare da un brano della parola di Dio, tratto dal capitolo 12 della Prima lettera ai Corinzi (1Cor 12,12-27):

12Come infatti il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo. 13Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito.

14E infatti il corpo non è formato da un membro solo, ma da molte membra. 15Se il piede dicesse: «Poiché non sono mano, non appartengo al corpo», non per questo non farebbe parte del corpo. 16E se l’orecchio dicesse: «Poiché non sono occhio, non appartengo al corpo», non per questo non farebbe parte del corpo. 17Se tutto il corpo fosse occhio, dove sarebbe l’udito? Se tutto fosse udito, dove sarebbe l’odorato? 18Ora, invece, Dio ha disposto le membra del corpo in modo distinto, come egli ha voluto. 19Se poi tutto fosse un membro solo, dove sarebbe il corpo? 20Invece molte sono le membra, ma uno solo è il corpo. 21Non può l’occhio dire alla mano: «Non ho bisogno di te»; oppure la testa ai piedi: «Non ho bisogno di voi». 22Anzi proprio le membra del corpo che sembrano più deboli sono le più necessarie; 23e le parti del corpo che riteniamo meno onorevoli le circondiamo di maggiore rispetto, e quelle indecorose sono trattate con maggiore decenza, 24mentre quelle decenti non ne hanno bisogno. Ma Dio ha disposto il corpo conferendo maggiore onore a ciò che non ne ha, 25perché nel corpo non vi sia divisione, ma anzi le varie membra abbiano cura le une delle altre. 26Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui.

27Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra.

 

La primissima osservazione da fare su questo brano riguarda l’oggetto, cioè non si descrive la Chiesa, si descrive il Cristo, però se la Chiesa non si identifica con un corpo e questo corpo non è Cristo, non è Chiesa! L’immagine del corpo descrive la Chiesa perché la Chiesa è modellata su Cristo e Cristo è relazione. Ma uno potrebbe dire: “sono cristiano ma non mi sento parte della Chiesa” ed ecco che il secondo elemento di questo brano è il Battesimo. Ciò che ci caratterizza come cristiani è il Battesimo che ci unisce a Cristo nello Spirito. La natura ecclesiale del Battesimo impone la dimensione relazionale della fede cristiana.

A queste due prime definizioni segue la descrizione del corpo. Individuo almeno sei sottolineature.

* La prima è l’identità di ciascun membro del corpo: ognuno ha una sua identità ed essa è fondamentale per l’appartenenza al corpo. Sono profeta perché cresciuto nella Chiesa che mi ha formato come tale ma, se essendo profeta mi sento superiore alla Chiesa e me ne stacco, cesso di essere tale. È la critica a chi si sente di staccarsi dalla Chiesa, dalla relazione e guarda caso lo fa in nome del suo compito nella Chiesa.

* La seconda sottolineatura è la distinzione delle varie membra del corpo. La varietà e la distinzione sono proprie della Chiesa, ma se nella Chiesa si rifiutasse chi è differente da noi, ci si uniformerebbe e non si sarebbe più Cristo. È la critica a chi crea gruppi ed esclude o sottovaluta gli altri.

* La terza sottolineatura è sull’interazione necessaria dei membri. Non si tratta solo di una convivenza necessaria, ma di un bisogno dell’altro e la presenza dell’altro mi completa. È la critica a chi si fossilizza solo su un aspetto della Chiesa.

* La quarta sottolineatura è sull’elogio della piccolezza: a chi è più piccolo e secondario è dato nella Chiesa il posto principale. È la Chiesa delle periferie di papa Francesco, la Chiesa dell’umiltà e della semplicità. È la critica a chi non sa dare il giusto peso ai poveri.

* La quinta sottolineatura è sulla solidarietà nel male. Il male non si ferma a colui che lo commette, ma si espande coinvolgendo tutta la Chiesa. La solidarietà nel male comporta la necessaria cura reciproca. È la critica a chi si limita al giudizio e non opera l’amorevole correzione e recupero.

* La sesta sottolineatura è sulla solidarietà del bene. Ciò che è di onore per uno dei membri, è ricchezza per tutti. È la critica alla Chiesa dei bravi e dei cattivi.

Ora, se questa lettura la trasportiamo a noi, possiamo fare tutta una serie di osservazioni, che riguardano la necessità della fraternità e la modalità di essa.

Prima osservazione: la fraternità e mistero di Cristo e della Trinità. Se la Chiesa si modella sul Cristo e il Cristo è relazione trinitaria, non si è cristiani senza relazione. Ecco perché escludere la fraternità mi pone fuori da Cristo e dalla Chiesa! È un’affermazione molto forte che ci chiede di interrogarci su quanto e come ricerchiamo la fraternità, poiché non possiamo dirci figli di Dio se non ci comportiamo da fratelli. “Sta scritto non uccidere, ma io vi dico chi dice al fratello stupido…”.

Seconda riflessione: fraternità e dimensione sacramentale della fede. La partecipazione alla vita sacramentale è atto di fratellanza e questo vuol dire che la vita sacramentale non può essere vissuta in maniera intimistica, personalista. È un punto essenziale per la partecipazione all’Eucaristia, perciò una vita di fede “solitaria” è in contrasto col Sacramento che celebriamo: la Messa inizia tra le mura di casa, nella fraternità vissuta, prima che celebrata…

Dalla descrizione del corpo nascono sei atteggiamenti che minano la fraternità. Do a ciascuna un titolo che li rende immediatamente comprensibili.

  1. Io, io, io

Un primo attacco alla fraternità viene dal voler fare da soli. Non c’è motto più contrario all’ecclesialità di “Chi fa da sé, fa per tre”. Ora se l’importante è l’obiettivo, meglio fare da soli, ma se l’importante è la fraternità, allora no. La fraternità richiede talvolta di mettere da parte l’obiettivo perché è facile il rischio di mettere in secondo piano la fraternità rispetto all’obiettivo.

  1. Noi meglio di loro

Quante comunità ecclesiali conosciamo frammentate perché ciascuno pensa che ciò che fa lui sia ciò che conta di più. Questo avviene anche in famiglia, in una comunità, in una associazione e crea danno sia che sia “io meglio di loro” che “noi meglio di loro”. Un secondo attacco alla fraternità, quindi, viene dal ritenere che il mio sia più importante del tuo.

  1. Posso fare a meno di te

Il terzo attacco alla fraternità viene dal pensare che posso fare a meno dell’altro e questo è,  a mio parere, il male più diffuso. Dovremmo sentire che l’altro è un bisogno per essere pienamente fraternità, invece c’è in noi, talvolta, una sorta di indifferenza che non ci fa prendere a cuore le persone. Il male più diffuso: l’indifferenza, la mancanza di voglia nel prendersi a cuore l’altro.

  1. E gli ultimi?

Un quarto attacco alla fraternità risiede nella supponenza. Mi è capitato tante volte di curare il cammino di gruppi di adolescenti o di giovani e sempre c’era nel gruppo qualcuno meno dotato degli altri o più ingenuo o in difficoltà. Ho visto gruppi escludere in partenza queste persone, non in malo modo, ma semplicemente con buone, ottime maniere… ignorando. Ho visto gruppi sopportare la presenza di queste persone. Ho visto gruppi ricercare e integrare queste persone. Non so se si possa fare uno studio statistico in proposito, ma i gruppi del primo tipo sono quelli che a breve scompaiono, i secondi sono quelli sempre in cambiamento, i terzi sono quelli belli solidi che anche dopo anni e anni continuano a trovarsi, perché la presenza di chi è in difficoltà è un vero snodo per la fraternità. Un gruppo famiglie di fronte a una coppia che va in crisi come si comporta? La presenza della povertà comporta di interrogarsi su quale piano ci si pone e, se il metro è l’umiltà, quella che sa accogliere l’altro, allora la fraternità matura. Ma se il metro è la supponenza, allora la fraternità fallisce. Papa Francesco ci invita ad una Chiesa degli ultimi. È un grande allenamento a costruire una fraternità solida, reale.

  1. Guai loro!

Un quinto attacco alla fraternità emerge quando uno dei membri sbaglia qualcosa. Finché tutto va bene, siamo tutti amici, tutti fratelli, ma se tu ne combini una grossa, allora… Occorre avere il coraggio di togliere il marcio e mantenere la mela nel cesto. È difficile integrare il male e trasformarlo in bene, ma la fraternità in Cristo può stare solo laddove si impara a rispondere al male con il bene. Non ho nemmeno io una soluzione su questo punto, credo però  che la fraternità si nutra della solidarietà e del perdono, se no resta ferita o muore.

  1. Invidia, invidia, invidia …

Infine il sesto attacco alla fraternità è l’invidia. Quando qualcuno della fraternità viene elogiato, agisce in bene, si hanno due reazioni: una è quella di sentirsi partecipi di questo bene, di questa lode e allora la fraternità è accresciuta dalla lode del singolo e trova nuovo slancio vitale. Oppure la fraternità può essere segnata dall’invidia: perché lui quando io… Allora la fraternità si frantuma di fronte alla lode del singolo, magari pur nell’apparente festosità, perché l’invidia è un male che scava nel silenzio e di nascosto, spesso si nasconde sotto affermazioni benevole, ma poi si manifesta in commenti fuori luogo e ciò che dovrebbe galvanizzare, finisce col creare amarezza e ruggine.

In conclusione, la fraternità è insita nel nostro essere cristiani. Non metterla al centro vuol dire vivere in contraddizione con ciò che siamo e ancor più vivere in modo solo esteriore la vita sacramentale. Per vivere bene la fraternità, bisogna non voler fare da soli. Serve imparare che non per forza ciò che faccio io sia la cosa più importante, si deve vincere l’indifferenza che serpeggia nel cuore di ciascuno di noi, occorre imparare l’umiltà, la solidarietà, soprattutto nella fatica, il perdono, occorre scacciare l’invidia che nasce dal nostro egoismo. Come fare tutto questo? Quali scelte a livello personale ci muovono in questa direzione? È ciò che cercheremo di evidenziare nel prossimo incontro.

 

 

2. CHI È MIA MADRE, CHI SONO I MIEI FRATELLI?

LA FRATERNITÀ DI CUI PARLA IL VANGELO

Ieri ci siamo soffermati sull’importanza della fraternità nella vita cristiana. Non si tratta di un’importanza solo funzionale, ma costitutiva nel senso che non si può essere immagine di Cristo se non si è comunione. Cristo è parte della Trinità, quindi, non si può essere cristiani al di fuori di una dimensione eucaristica comunionale e non si può essere cristiani fuori dalla storia della salvezza che è storia di un popolo.

Abbiamo anche messo in luce alcuni meccanismi distorti che possono mettere in crisi la fraternità. Come si fa ad evitarli e ad essere cristiani che sanno far crescere la fraternità? Come far crescere questa essenziale natura comunionale del cristiano?

Mi sembra ovvio che la risposta sia: occorre essere intimi di Gesù. Chi vive nella fratellanza con Gesù, vive nella fratellanza con tutti. Questo cosa comporta? Proviamo a descrivere i caratteri della fratellanza con Gesù e a capire come questa ci interpelli nei nostri comportamenti e nel nostro agire.

Il brano che ci introdurrà è tratto dal capitolo 12 del Vangelo secondo Matteo (Mt 12, 46-50).

… «Ecco, tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e cercano di parlarti». 48Ed egli, rispondendo a chi gli parlava, disse: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?»…

 

Il centro di questo brano è una domanda essenziale: chi mi è madre e fratello? Chi appartiene alla sua fraternità? Ci sono dei tratti essenziali per essere parte della fraternità di Gesù. Notiamo che c’è una folla di persone e che questa folla appare un ostacolo, È stretta intorno a Cristo e ha bisogno del Cristo. Ma proprio perché esiste questa folla, coloro che sono più intimi sembrano esclusi, sono quelli che hanno un legame di parentela, ossia una relazione quasi “dovuta” con Gesù, eppure finiscono con lo stare fuori dal raggio di azione di Gesù, esclusi. Finiscono per non riuscire a parlare con Gesù, non hanno relazione con lui. La folla è di ostacolo a che i singoli intimi a Gesù possano davvero parlare con lui.

Ma c’è qualcuno che si oppone a questo meccanismo e ricostruisce il diritto di priorità: “Sappi che chi ha più diritto è escluso e che non ti può parlare”. Già qui c’è un controsenso rispetto a quanto appena udito: colui che ha parlato, portavoce di chi è fuori, è subito ascoltato malgrado la folla. Allora era realmente la folla a tagliare fuori gli intimi? O piuttosto gli intimi non avevano il coraggio di mescolarsi nella folla?

Poi c’è la risposta, cioè l’interrogativo che porta l’attenzione sull’oggetto del contendere. La risposta è dapprima un gesto che indica con chiarezza la folla.

Al gesto segue la parola che rafforza dapprima il gesto e poi lo spiega: l’intimità col Cristo non è data da legami particolari ma dal fare la volontà del Padre celeste. Ed ecco che il gruppo degli intimi assume una dimensione e una portata diversa dall’inizio. Anzi i “veri intimi” possono addirittura autoescludersi dal gruppo se vedono il gruppo come ostacolo

Il brano è aperto: non viene data indicazione di quanto succede poi. Che avranno fatto gli intimi di Gesù? Saranno entrati o no? Si saranno mescolati alla folla? Da dove nasce allora la fratellanza? Che cosa dobbiamo fare per farla crescere? Ripercorriamo come ieri il brano, ma ripercorriamolo stavolta passo passo all’indietro.

Prima di tutto partiamo dal mettersi in ascolto del Padre. Non è possibile costruire fraternità cristiana se non nella fratellanza con Cristo, ma per entrare nella fratellanza con Cristo occorre mettersi in ascolto della volontà del Padre. Il primo passo che ci porta a costruire fraternità in Cristo è l’ascolto della Parola di Dio: ascolto meditato, ascolto riflesso. La vera fratellanza cristiana nasce quando si passa del tempo a meditare la Parola, altrimenti prevalgono le nostre emozioni, i nostri sentimenti, si genera così una fratellanza puramente umana, fratellanza delle sintonie e delle distonie. Pensiamo quanto questo sia vero, ad esempio, in una comunità religiosa: se c’è solo amicizia, la comunità alla fine esplode. Pensiamo a quanto diventi fondamentale in una comunità parrocchiale! Altrimenti ci si trova di fronte solo al gruppo degli amiconi… Pensiamo come possa essere essenziale in una coppia. Quindi, il primo criterio personale verso la fraternità è “nutrirsi della Parola di Dio”.

Il secondo passo che generà fratellanza è mettere in pratica ciò che si è ascoltato. Quante persone nelle nostre comunità sono bravissime a scrivere trattati sulla fraternità! Ma quando poi si deve passare alla pratica, sono i primi ad essere in difficoltà. Non può esistere una fraternità vissuta solo a parole e non nei fatti. Ma come far sì che la prassi e la Parola meditata coincidano? Bisogna che le azioni vengano sottoposte al giudizio della Parola e che la Parola diventi criterio di discernimento. Solo un continuo discernimento consente di comprendere se viviamo o no la fraternità e se la viviamo alla luce della Parola”. Ma che cosa significa discernere alla luce della Parola? Significa avere spazi di verifica e occorre che la verifica sia fatta comunitariamente, altrimenti restiamo nel campo della semplice opinione personale. È nel confronto che emerge dove sta il bene e dove sta il male. E non è detto che si tratti di un confronto semplice e indolore: a volte anche litigare e dirsi le cose con verità è fondamentale. Infine occorre che questa verifica sia vissuta in un contesto di preghiera nello Spirito, altrimenti il rischio è che si trasformi nella gara del pettegolezzo dietro alle spalle, oppure nella lotta tra le diverse fazioni della comunità.

Passaggio successivo è quello di riconoscere la folla come il luogo della fraternità. Nel discorso di ieri abbiamo dato per fondamentale la fraternità per essere cristiani e che la fraternità comporta l’immersione nella folla, che è tutto l’insieme delle persone che in qualche modo si imbattono in Gesù. La folla sono, allora, le persone che incontriamo al lavoro; sono le persone che bucano lo schermo della tv e mi entrano in casa, sono le persone della mia comunità ecclesiale. Ma il resto della gente che viene alla Messa? E quelle che nel mio quartiere ci abitano? Finché lascio che le folle restino anonime o esterne a me, la mia fraternità sarà monca. Occorre superare l’idea che l’altro mi sia di ostacolo. Allora il terzo criterio personale è “apprezzare il volto bello dell’altro e farlo sempre”. Mi piace dirlo diversamente: “amare la folla”! Perché nel Vangelo si parla sempre di folle che si radunavano intorno a Gesù e Gesù parla molto di più alla folla che al ristretto gruppo dei discepoli, ai quali parla in modo più chiaro e preciso in disparte, perché poi siano in grado di andare incontro alle folle e guidarle. La folla è una categoria del Vangelo che dovremmo apprezzare molto di più.

Infine credo sia fondamentale superare l’idea che la mia condizione mi ponga in stato privilegiato perché sono battezzato e quindi sono parte della Chiesa. Ingenuamente penso: “Ho un percorso di fede solido e questo mi mette in relazione con Gesù” e non mi accorgo che il percorso di fede ce l’ho con me stesso, con le mie decisioni e le mie scelte. Il rischio è di lasciare fuori proprio Gesù. Sì, perché solo apparentemente i parenti sono fuori. In realtà sono dentro al loro mondo e non ne sono usciti per incontrare Gesù. Superare la mia visione privatista della fede non significa solo andare a degli incontri, significa considerare che anche la mia fede non può essere autonoma o autocentrata e che ha sempre bisogno di confronto, di dialogo, di messa in crisi. Allora non devo avere paura di confrontarmi con chi mi smonta nelle mie idee, ma devo avere paura di avere idee così granitiche che neanche Gesù riesce a smontare per entrare! Il quarto criterio personale è il dialogo, quello che lascia che le idee dell’altro davvero entrino in me e mi mandino fuori squadra, perché se credo che le mie idee siano vere e giuste, che paura ho a metterle in discussione? Se sono giuste, resteranno tali. Se non lo sono, allora vuol dire che ho bisogno io di approfondire e di arrivare alla verità, ma a volte il confronto ci spaventa perché non crediamo fino in fondo nella Verità.

Ecco allora quattro belle vie per aiutarci a crescere nella fraternità:

  • assidua frequentazione della Parola di Dio,
  • discernimento serio e ponderato nello Spirito delle azioni/relazioni,
  • accoglienza della folla secondo lo stile di Gesù,
  • dialogo aperto e schietto con gli altri, senza paura di perderci la Verità.

3. CHI È IL MIO PROSSIMO? LA FRATERNITÀ CHE MUOVE ALLA MISERICORDIA.

 

Arriviamo al terzo passo del nostro percorso, dopo la dimensione ecclesiale e quella personale. Ci interroghiamo su come la fraternità agisca su ciò che sta attorno. Quale testimonianza nasce dalla fraternità cristiana e come siamo spinti da essa a testimoniare? È la fraternità che opera sulla società e sul mondo attorno a noi. Con questa terza sottolineatura di fraternità siamo nella sua dimensione sociale. Questa sera voglio proporvi più di un brano. Partiamo dal capitolo 2 degli Atti degli Apostoli (At 2, 1-13)

1Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi…

 

Ho voluto partire da qui perché qui vediamo la Chiesa “vergine”, appena nata; non è ancora toccata dal germe del peccato e quindi ha in sé tutta la sua bellezza. È Chiesa della fraternità in Cristo: quando si ritroverà più una comunione così piena con il Risorto? È Chiesa della fraternità vissuta: quando si ritroverà una coesione così forte nella Chiesa? Ebbene la Chiesa della fraternità non si esprime nello stare a godersi la gioia di Cristo nel cuore e nemmeno a stringersi insieme in un caldo abbraccio confortante. Si esprime nel parlare, cioè nel creare nuove relazioni, in un parlare, però,  che non è sui sentieri dei propri interessi: parlano lingue che sono “altre”, e che si basa non sulle proprie forze, ma su quelle dello Spirito. Questa Chiesa veramente fraterna esplode in un dialogo che arriva a tutti! L’amore, la fraternità, la gioia che ne derivano sono un linguaggio universale! Ma attenzione! Nessuno è costretto a cambiare la sua lingua! Un linguaggio universale che rispetta tutti nella lingua che ciascuno parla. E per questo è un linguaggio che genera fratellanza! Perché mantiene la distinzione, ma crea l’unità; perché valorizza la lingua di ciascuno, pur gene rando un parlare comune; perché è linguaggio che non schiaccia, genera il corpo di Cristo. Abbiamo utilizzato un testo eminentemente pasquale, ma possiamo ritornare ad un testo che abbiamo sentito di recente nella liturgia natalizia: è un bellissimo brano della Prima lettera di Giovanni (1 Gv 1,1-10):

 

Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita … quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia piena… Dio è luce e in lui non c’è tenebra alcuna…

In che cosa consiste l’annuncio grande del Natale, il lieto annuncio? L’autore della vita si è fatto nostro fratello e lo abbiamo incontrato concretamente; la comunione con il Figlio ci ha generati alla comunione con il Padre; siamo fratelli in Cristo e questo ci permette di chiamare Dio Padre. Se siamo nella comunione/fraternità con Gesù, allora siamo nella luce o per lo meno ci sforziamo di essere veri e non bugiardi e di camminare nella luce. Ma chi cammina in questa luce, genera fraternità/comunione gli uni con gli altri e tutto questo si fa annuncio: c’è ancora una volta una parola che cerca relazione. “Noi lo annunciamo a voi”: ed è un annuncio che genera alla gioia piena, quella che viene dall’aver incontrato Cristo, un invito ad esplodere nell’annuncio, un invito a ricercarne la gioiosa trasformazione della vita, un invito a ricercare la piena comunione/fraternità come fonte di tutto questo, un invito ad uscire dagli schemi tristi usuali verso qualcosa di più arricchente.

 

E potremmo procedere a cercare altri testi, adatti e altrettante circostanze. Non faremmo fatica perché questo è il messaggio di tutto il Vangelo. È l’annuncio di una fraternità dinamica che è chiamata ad uscire da sé. È un tema ripreso dal centro della Evangelii Gaudium, che troviamo in particolare nel bellissimo n. 24, che è da rileggere, nell’ottica di cogliere che cosa genera attorno a noi la fraternità evangelica!

 

«La Chiesa “in uscita” è la comunità di discepoli missionari che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano. “Primerear – prendere l’iniziativa” …. La comunità evangelizzatrice sperimenta che il Signore ha preso l’iniziativa, l’ha preceduta nell’amore (cfr 1 Gv 4,10), e per questo essa sa fare il primo passo, sa prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi. … Osiamo un po’ di più di prendere l’iniziativa! Come conseguenza, la Chiesa sa “coinvolgersi”. Gesù ha lavato i piedi ai suoi discepoli. Il Signore si coinvolge e coinvolge i suoi, mettendosi in ginocchio davanti agli altri per lavarli. Ma subito dopo dice ai discepoli: «Sarete beati se farete questo» (Gv 13,17). La comunità evangelizzatrice si mette mediante opere e gesti nella vita quotidiana degli altri, accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione se è necessario, e assume la vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo. Gli evangelizzatori hanno così “odore di pecore” e queste ascoltano la loro voce. Quindi, la comunità evangelizzatrice… accompagna l’umanità in tutti i suoi processi, per quanto duri e prolungati possano essere. Conosce le lunghe attese e la sopportazione apostolica. L’evangelizzazione usa molta pazienza, ed evita di non tenere conto dei limiti…. La comunità evangelizzatrice è sempre attenta ai frutti, perché il Signore la vuole feconda. Si prende cura del grano e non perde la pace a causa della zizzania. … Infine, la comunità evangelizzatrice gioiosa sa sempre “festeggiare”. Celebra e festeggia ogni piccola vittoria, ogni passo avanti nell’evangelizzazione. L’evangelizzazione gioiosa si fa bellezza nella Liturgia in mezzo all’esigenza quotidiana di far progredire il bene …»

Mi piace proporre la lettura del testo di Agostino sull’amore nella Legge e nei Profeti, perché ci permette di mettere un ultimo cappello al discorso sulla fraternità. Come faccio a fare nascere amore fraterno che è insieme amore per Cristo e amore per l’altro? Vivendo la carità!

I due precetti dell’amore (Sant’Agostino, Trattati su Giovanni, 17,7-9)

«…. Sempre in ogni istante abbiate presente che bisogna amare Dio e il prossimo: Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente; e il prossimo come se stessi (cfr. Mt 22, 37. 39). Questo dovete sempre pensare, meditare e ricordare, praticare e attuare. L’amore di Dio è il primo come comandamento, ma l’amore del prossimo è primo come attuazione pratica. Colui che ti dà il comando dell’amore in questi due precetti, non ti insegna prima l’amore del prossimo, poi quello di Dio, ma viceversa…

Comincia quindi ad amare il prossimo. Spezza il tuo pane con chi ha fame, introduci in casa i miseri senza tetto, vesti chi vedi ignudo, e non disprezzare quelli della tua stirpe (cfr. Is 58,7). Facendo questo che cosa otterrai? «Allora la tua luce sorgerà come l’aurora» (Is 58,8). La tua luce è il tuo Dio, egli è per te la luce mattutina perché verrà dopo la notte di questo mondo: egli non sorge ne tramonta, risplende sempre.

Amando il prossimo e prendendoti cura di lui, tu cammini. E dove ti conduce il cammino se non al Signore, a colui che dobbiamo amare con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente? Al Signore non siamo ancora arrivati, ma il prossimo l’abbiamo sempre con noi. Aiuta, dunque il prossimo con il quale cammini, per poter giungere a colui con il quale desideri rimanere».

 

La strada della carità non richiede di cambiare i nostri comportamenti: ci cambia pian piano lei. La strada della carità non richiede di aver capito tutto: ci insegna pian piano lei. La strada della carità è via maestra per arrivare a comprendere fino in fondo la fraternità. È la via intuitiva e procreativa che ci introduce automaticamente in una fraternità in uscita.