Dossier

DOSSIER N. 65

FRATELLI TUTTI: PER UNA NUOVA FRATERNITÀ UNIVERSALE

Giornate di spiritualità nel tempo di Natale

9 e 10 gennaio 2021

Sintesi delle riflessioni svolte da Don Roberto Bartesaghi 

 

Il tempo di Natale è caratterizzato per noi de La Missione come primo momento di formazione dell’anno associativo. È un’esperienza che generalmente condividiamo con le amiche del Centro di Como e che diventa anche per noi occasione per stare insieme qualche giorno “in presenza”, termine diventatoci caro ultimamente. Purtroppo, però, quest’anno non è stato possibile ritrovarci e con don Roberto abbiamo ipotizzato la possibilità di incontrarci on-line. Il coinvolgimento è partito dalle persone vicine ai Centri Missione di Como e Ostuni e poi pian piano abbiamo esteso l’invito a quanti da tanto tempo non riuscivamo più a incontrare di persona. È stato bello rivedersi… con qualche anno in più, ma felici di poterlo fare!
La partecipazione è stata numerosa e positiva. Nel pomeriggio del 9 gennaio, don Roberto ha offerto la sua riflessione, partendo dal secondo capitolo della enciclica di papa Francesco, Fratelli tutti. Il pomeriggio del 10 gennaio è stato, invece, dedicato agli interventi dei partecipanti, tutti molto arricchenti. Il grazie è rinnovato a don Roberto e a quanti si sono lasciati coinvolgere.
Un riscontro ultimo: viviamo un tempo che sta mettendo alla prova tutti, “obbligandoci” a  sperimentare nuove possibilità di incontro e che queste accanto alle tradizionali possono aiutarci a sentirci più vicini, anche se distanti fisicamente. 

1. UN ESTRANEO SULLA STRADA.
Apriamo gli orizzonti a partire dalla parabola del buon Samaritano  (Lc 10,25-37) 

L’enciclica “Fratelli tutti” sarà il documento di riferimento per il cammino formativo di quest’ anno. Il primo capitolo dell’Enciclica è una lettura sulla realtà odierna; una realtà che mette un po’ di angoscia, quando la guardiamo. Siamo troppo bombardati da bollettini di guerra in questo tempo di pandemia e sufficientemente esperti di tutti i limiti del nostro tempo.
Il secondo capitolo, invece, pone una riflessione di fondo a partire dalla Parola di Dio. Ci poniamo in ascolto della parabola e poi ci addentreremo nel commento:

In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: “Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”. Gesù gli disse: “Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?”. Costui rispose: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso”. Gli disse: “Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai”. Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: “E chi è mio prossimo?”. Gesù riprese: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levita,  giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: «Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno». Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?”. Quello rispose: “Chi ha avuto compassione di lui”. Gesù gli disse: “Va’ e anche tu fa’ così”. (Lc 10, 25 – 37)

Partiamo dal testo che la introduce, per una primissima riflessione. Stiamo parlando della legge dell’amore, amore a Dio e amore al prossimo. Questo dottore della legge parla in modo molto preciso della legge e dell’amore, ma il popolo di Israele è arrivato solo progressivamente a  comprendere il senso dell’amore al prossimo. Il riferimento originario è al “preistorico” odio tra Caino e Abele. L’uomo di per sé non riconosce immediatamente la dimensione dell’amore fraterno: individualismo ed indifferenza fanno parte della sua natura peccaminosa. Ed anche oggi possiamo riconoscere questi sentimenti che emergono, se ci si dimentica di Dio, perché è Dio che ci insegna l’amore fraterno e verso il prossimo (Fratelli tutti – cfr. n. 57).

Si tratta di un’opera progressiva, lenta e rispettosa della libertà dell’uomo. Il papa cita Giobbe, ma poi anche sant’Ireneo, a dirci che il percorso prosegue anche nella Chiesa e poi sottolinea come il popolo ebraico arrivò al comandamento dell’amore. Lo lesse inizialmente come solo diretto all’interno del popolo di Israele. Sarà con il cristianesimo che il comando diventerà universale e si arriverà ad amare anche lo straniero. Col senno di poi si può riguardare all’indietro e vedere che Dio insegnava così da sempre (cfr. Es 23,9; Lv 19, 33 – 34; […]).

L’israelita non aveva compreso fino in fondo, ma anche dopo il Vangelo il messaggio può essere
frainteso e così ritroviamo nel nuovo testamento, in Paolo e Giovanni, l’invito a rinnovarci  nell’amore verso tutti.
Che cosa ci insegna questa prima riflessione? Che non si finisce mai di imparare l’amore; che Dio ci ha rivelato già in pienezza la misura dell’amore, ma noi non capiamo; che il cammino è ancora lungo perché l’uomo apprenda l’amore; che si può anche tornare indietro nel cammino, regredire.
Fraternità e amicizia sociale sono beni sempre da ricercare e mai pienamente raggiunti; solo se ci manteniamo in ricerca possiamo incamminarci verso di essi, anzi, quando pensiamo di essere arrivati, è allora che perdiamo la via maestra!
Veniamo allora alla parabola. Essa è incastonata tra due domande: all’inizio c’è la domanda del dottore della legge a Gesù: chi è il mio prossimo? e alla fine c’è la domanda di Gesù: chi si è fatto prossimo?
La differenza? Potrebbe sembrare sia il verbo fare al posto del verbo essere … Anche questo sarebbe già in realtà un cambiamento non da poco. Dice che non basta sapere chi è il prossimo: occorre agire nei suoi confronti! Siamo nel mondo degli studi statistici, della valutazione degli andamenti. Mai come nei bollettini medici del Covid ci accorgiamo di come siamo “affamati” di “sapere come va”, ma il punto non è sapere, è fare! So che il virus si diffonde per via aerea, allora perché non metto la mascherina?
Torniamo alla differenza fondamentale che non è nel verbo, ma nel soggetto! Nella prima domanda il soggetto è l’altro, nella seconda sono io: il problema non è quanto l’altro sia bisognoso, ma quanto io mi metto in gioco per lui.
Gesù racconta che c’era un uomo ferito, a terra lungo la strada, che era stato assalito. Passarono diverse persone ….” (n. 63)

Il poveraccio era lo stesso sul cammino di tutti, ma non tutti si sono fermati. E soprattutto non tutti hanno fatto qualcosa! Abbiamo già due elementi drammatici in questa parabola: c’è un ferito e c’è l’indifferenza. “C’è un ferito”: è un’osservazione non da poco. Sulla strada c’è sempre un ferito e se non lo vediamo è perché ci siamo tirati fuori dalla strada. Se sto in mezzo agli uomini, sulla strada, il ferito c’è sempre! La nostra vita di uomini è vita di persone ferite. La strada da Gerusalemme a  Gerico è molto simbolica: Gerusalemme è la città santa, la città di Dio, la città che sta sul monte; Gerico è la città più bassa, come altitudine, di tutta la terra: è in una depressione.
L’uomo nella sua vita spesso scende da Gerusalemme a Gerico: lascia Dio, il bene, la luce e scende, si allontana, sino agli estremi più bassi, fino a toccare il fondo. E questo vale per l’uomo comune come per l’uomo di Dio: anche il sacerdote scendeva, anche lui si sta allontanando da Dio e questo basta per generare in lui indifferenza. Non è una questione liturgica il suo non fermarsi: non c’è il  problema di non contaminarsi. Sta venendo via dal tempio, non ci sta andando, ma sta venendo via da Dio e questo lo allontana dalla capacità di amare, di farsi prossimo. E quando l’uomo si allontana da Dio, prima o poi si imbatte nei briganti. È la storia di sempre, c’è sempre un ferito: magari per colpa propria, magari di altri; un ferito nel corpo, nello spirito, nella fede… Dobbiamo riconciliarci con l’uomo ferito.
Questo è lo scandalo più grande di Gesù: ha accettato la normalità della fragilità dell’uomo, non ha rifuggito il male e il peccato: è venuto per i peccatori, scandalo! È morto come il peggiore dei peccatori, non solo per la morte infamante sulla croce, ma perché ha preso su di sé tutti i peccati!
Questa è la realtà dell’uomo e va accettata e amata così! Altrimenti scatta il secondo grande  drammatico elemento: l’indifferenza.
Aggrediscono una persona per la strada, e molti scappano come se non avessero visto nulla” (n. 65).
E non dobbiamo dire che capita solo agli altri di essere indifferenti. “Dobbiamo riconoscere la tentazione che ci circonda di disinteressarci degli altri, specialmente dei più deboli. Diciamolo, siamo cresciuti in tanti aspetti ma siamo analfabeti nell’accompagnare, curare e sostenere i più fragili e deboli delle nostre società sviluppate. Ci siamo abituati a girare lo sguardo, a passare accanto, a ignorare le situazioni finché queste non ci toccano direttamente” (n. 64).

È quotidiano voltarsi dall’altra parte e fare finta di non vedere. Talvolta camuffiamo questo atteggiamento con termini che ci fanno sentire bene: riservatezza, rispetto, responsabilizzazione…
Ma la nostra coscienza sa bene quando è solo chiusura di cuore, paura di lasciarsi coinvolgere:  siamo tutti sulla via da Gerusalemme a Gerico e la parabola ci fotografa tutti ad uno ad uno.

Ogni giorno ci troviamo davanti alla scelta di essere buoni samaritani oppure viandanti indifferenti che passano a distanza. E se estendiamo lo sguardo alla totalità della nostra storia e al mondo nel suo insieme, tutti siamo o siamo stati come questi personaggi: tutti abbiamo qualcosa dell’uomo ferito, qualcosa dei briganti, qualcosa di quelli che passano a distanza e qualcosa del buon samaritano” (n. 69).

Proviamo per un momento allora a metterci nei panni di queste quattro categorie. La parabola, dice il papa, inizia dai briganti, anche se sono fuori scena, già passati (cfr. n. 72).
Due sono le attenzioni che dobbiamo allora avere verso i briganti: la prima è che è scontato che ci siano e, se è scontato, è facile anche esserlo. Quanto posso sentirmi estraneo alle ingiustizie di questo mondo? E quanto invece ne sono parte, promotore, causa? È troppo facile accusare le  industrie di inquinare e non chiedersi che inquinanti servono per far la tinta! Se voglio la carta bianca quando nasce marroncina, certo inquino anche io. E se le industrie non riescono a soddisfare le nostre richieste di occidentali di vaccini anticovid, io divengo la causa della non vaccinazione del povero del mondo… Allora forse il povero può pensare che farebbe solo bene a spararmi o rapirmi …
È vero che il male c’è comunque nell’uomo, ma questo non deve portarci al fatalismo. Il male c’è e in gran parte ne siamo responsabili con i nostri comportamenti.

La seconda attenzione sta nel chiederci se facciamo la nostra parte nel debellare il male, anche se per debellare il male, si può generare altro male. Ad esempio mi preoccupo del bandito e lascio morire il ferito. È quello che fanno tante lotte politiche su temi fondamentali: mentre si discute, il paziente muore! Il rischio di fermarsi ad un mare di parole e buoni propositi. Oppure reagisco al male del bandito con altrettanto male contro il bandito e alla fine non genero altro che ulteriore odio e divisione.
C’è anche un altro modo di favorire il male ed è di starne a distanza e veniamo così ad  immedesimarci con altri due personaggi della parabola, il sacerdote e il levita.

La parabola ci fa fissare chiaramente lo sguardo su quelli che passano a distanza. Questa pericolosa indifferenza di andare oltre senza fermarsi, innocente o meno, frutto del disprezzo o di una triste distrazione, fa dei personaggi del sacerdote e del levita un non meno triste riflesso di quella distanza che isola dalla realtà. Ci sono tanti modi di passare a di stanza, complementari tra loro. Uno è ripiegarsi su di sé, disinteressarsi degli altri, essere indifferenti. Un altro sarebbe guardare  solamente al di fuori. Riguardo a quest’ultimo modo di passare a distanza, in alcuni Paesi, o in certi settori di essi, c’è un disprezzo dei poveri e della loro cultura, e un vivere con lo sguardo rivolto al di
fuori, come se un progetto di Paese importato tentasse di occupare il loro posto. Così si può  giustificare l’indifferenza di alcuni, perché quelli che potrebbero toccare il loro cuore con le loro richieste semplicemente non esistono. Sono fuori dal loro orizzonte di interessi” (n. 73).

In quelli che passano a distanza c’è un particolare che non possiamo ignorare: erano persone religiose. Di più, si dedicavano a dare culto a Dio: un sacerdote e un levita. Questo è degno di speciale nota: indica che il fatto di credere in Dio e di adorarlo non garantisce di vivere come a Dio piace. Una persona di fede può non essere fedele a tutto ciò la fede stessa esige, e tuttavia può sentirsi vicina a Dio e ritenersi più degna degli altri. Ci sono invece dei modi di vivere la fede che favoriscono l’apertura del cuore ai fratelli, e quella sarà la garanzia di un’autentica apertura a Dio… Il paradosso è che, a volte, coloro che dicono di non credere possono vivere la volontà di Dio meglio dei credenti” (n. 74).

I “briganti della strada” hanno di solito come segreti alleati quelli che “passano per la strada guardando dall’altra parte”. Si chiude il cerchio tra quelli che usano e ingannano la società per
prosciugarla e quelli che pensano di mantenere la purezza nella loro funzione critica, ma nello stesso tempo vivono di quel sistema e delle sue risorse. C’è una triste ipocrisia…, altri mali che
non riusciamo a eliminare, … un permanente squalificare tutto, al costante seminare sospetti propagando la diffidenza e la perplessità.
All’inganno del “tutto va male” corrisponde un “nessuno può aggiustare le cose”, “che posso fare io?”. In tal modo, si alimenta il disincanto e la mancanza di speranza, e ciò non incoraggia uno spirito di solidarietà e di generosità. Far sprofondare un popolo nello scoraggiamento è la chiusura di un perfetto circolo vizioso: così opera la dittatura invisibile dei veri interessi occulti, che si sono impadroniti delle risorse e della capacità di avere opinioni e di pensare” (n. 75).

Sono parole molto dure, taglienti che ci mettono tutti in discussione e subito lo sguardo allora va al samaritano. Che cosa lo differenzia dagli altri? Un sentimento: la compassione. Riesce a provare dentro di sé le stesse sensazioni che prova l’altro. Non basta vedere, occorre sintonizzarsi sulle fatiche degli altri e interiorizzarle e questo comporta l’avere un cuore capace di amare!
Ecco la grande differenza: non è ripiegato su di sé ma è disponibile a coinvolgersi con l’altro: la risposta al dolore non è la fuga, né l’indifferenza, né lotta armata… ma l’amore! (cfr. n. 67).
Guardiamo allora il modo di agire del samaritano: si fa vicino, perché non si può soccorrere senza avere il coraggio di farsi vicini a chi soffre; gli cura con quel che ha le ferite e le fascia, perché l’amore chiede gesti concreti; poi lo prende con sé e cambia la sua strada per portarlo all’albergo, perché occorre sapersi mettere da parte e cambiare i propri piani per potersi prendere cura dell’altro. E questo vuol dire mettere al primo posto l’altro, al primo posto il bene di tutti rispetto al proprio. Scrive il papa:
[…] Guardiamo il modello del buon samaritano. È un testo che ci invita a far risorgere la nostra vocazione di cittadini del nostro Paese e del mondo intero, costruttori di un nuovo legame sociale. È un richiamo sempre nuovo, benché sia scritto come legge fondamentale del nostro essere: che la società si incammini verso il perseguimento del bene comune e, a partire da questa finalità, ricostruisca sempre nuovamente il suo ordine politico e sociale, il suo tessuto di relazioni, il suo progetto umano… la vita non è tempo che passa, ma tempo di incontro” (n. 66).

In fin dei conti è la nostra vera natura: solo riscoprendola possiamo ritrovare la nostra dignità di uomini: “siamo stati fatti per la pienezza che si raggiunge solo nell’amore. Vivere indifferenti davanti al dolore non è una scelta possibile; non possiamo lasciare che qualcuno rimanga “ai margini della vita”…” (cfr. n. 68)
Il samaritano ha scelto di non agire da solo: nella sua opera ha coinvolto anche l’albergatore. Si  tratta certamente di una necessità, ma anche di una scelta: coinvolgersi con gli altri rende tutto più semplice e più performante; oltre tutto, fa bene a più persone e ci permette di avere il coraggio di affrontare il male: “Il samaritano cercò un affittacamere che potesse prendersi cura di quell’uomo, come noi siamo chiamati a invitare e incontrarci in un “noi” che sia più forte della somma di piccole individualità; ricordiamoci che «il tutto è più delle parti, ed è anche più della loro semplice somma» (EG n. 235)” (n. 78).

Un’ultima nota su quest’uomo: nessuno lo ha ringraziato, né lui ha cercato alcun ringraziamento, perché il sapore più buono del bene è la gratuità (cfr. n. 79).
Ci manca un solo personaggio da guardare ed è l’uomo ferito:

[…] A volte ci sentiamo come lui, gravemente feriti e a terra sul bordo della strada. Ci sentiamo anche abbandonati dalle nostre istituzioni sguarnite e carenti, o rivolte al servizio degli interessi
di pochi, all’esterno e all’interno” (n. 76).

Sintonizzarsi con il ferito vuol dire anche chiedersi come avrà reagito dopo: avrà semplicemente ringraziato riconoscendosi graziato e amato? Oppure avrà cercato vendetta per far ripagare con la stessa moneta i suoi aggressori? Il papa è certo che la proposta di Gesù è chiara e senza alternative: non ci può stare un ideale di vendetta (cfr. n. 71).
La parabola si pone come proposta puramente positiva, di ripartenza: anche il ferito deve lasciarsi convertire dall’amore del soccorritore, perché il male può essere sconfitto solo se si rinuncia a renderlo causa di altro male: “alla meschinità e al risentimento dei particolarismi sterili, delle contrapposizioni senza fine… facciamoci carico dei nostri delitti, della nostra ignavia e delle nostre menzogne. La riconciliazione riparatrice ci farà risorgere e farà perdere la paura a noi stessi e agli altri” (cfr. n. 78).

Ma quanto ci può costare questo tipo di ragionamento? Ribadisce il papa: “che in un altro passo del Vangelo Gesù dice: «Ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25,35). Gesù poteva dire queste parole perché aveva un cuore aperto che faceva propri i drammi degli altri. San Paolo esortava:  “Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto» (Rm 12,15). Quando il cuore assume tale atteggiamento, è capace di identificarsi con l’altro senza badare a dove è nato o da dove viene. Entrando in questa dinamica, in definitiva sperimenta che gli altri sono “sua stessa carne” (cfr Is 58,7)” (n. 84).

Occorre anche riconoscere nel povero il volto di Cristo: non si tratta solo di fare del bene: si tratta di amare Dio, “riconoscere Cristo stesso in ogni fratello abbandonato o escluso. Cristo ha versato il suo sangue per tutti e per ciascuno, e quindi nessuno resta fuori dal suo amore universale. E se andiamo alla fonte ultima, che è la vita intima di Dio, ci incontriamo con una comunità di tre Persone, origine e modello perfetto di ogni vita in comune” (cfr. n. 85) .
Questo comporta che per un credente non ci può essere nessuna discriminazione e nemmeno nessuna chiusura o egoismo.

È importante che la catechesi e la predicazione includano in modo più diretto e chiaro il senso sociale dell’esistenza, la dimensione fraterna della spiritualità, la convinzione sull’inalienabile dignità di ogni persona e le motivazioni per amare e accogliere tutti” (n. 86).

Dobbiamo allora metterci in marcia e fare il bene che ci è possibile:
Dobbiamo essere parte attiva nella riabilitazione e nel sostegno delle società ferite. Oggi siamo di fronte alla grande occasione di esprimere il nostro essere fratelli, di essere altri buoni samaritani che prendono su di sé il dolore dei fallimenti, invece di fomentare odi e risentimenti. Come il viandante occasionale della nostra storia, ci vuole solo il desiderio gratuito, puro e semplice di essere popolo, di essere costanti e instancabili nell’impegno di includere, di integrare, di risollevare chi è caduto” (n. 77).

Un ultimo pensiero a conclusione:

È interessante come le differenze tra i personaggi del racconto risultino completamente trasformate nel confronto con la dolorosa manifestazione dell’uomo caduto, umiliato…;  semplicemente ci sono due tipi di persone: quelle che si fanno carico del dolore e quelle che passano a distanza; quelle che si chinano riconoscendo l’uomo caduto e quelle che distolgono lo sguardo e affrettano il passo. In effetti, le nostre molteplici maschere, le nostre etichette e i nostri travestimenti cadono: è l’ora della verità. Ci chineremo per toccare e curare le ferite degli altri? Ci chineremo per caricarci sulle spalle gli uni gli altri? Questa è la sfida attuale, di cui non dobbiamo
avere paura. Nei momenti di crisi la scelta diventa incalzante: potremmo dire che, in questo momento, chiunque non è brigante e chiunque non passa a distanza, o è ferito o sta portando sul –
le sue spalle qualche ferito” (n. 70).

 


DOSSIER N. 64 

UN NUOVO
UMANESIMO CRISTIANO

II. Giornate di spiritualità nel tempo di Estate
(Seconda parte)

Sintesi delle riflessioni svolte da
Don Roberto Bartesaghi

Ostuni (BR), 6 e 9 agosto 2020

a cura del Centro Missione di Ostuni

UN NUOVO UMANESIMO CRISTIANO
Nelle pagine seguenti riportiamo la seconda parte delle riflessioni di don Roberto Bartesaghi, durante le giornate di spiritualità tenute ad Ostuni dal 6 al 9 agosto.
Nella programmazione formativa del 2020 abbiamo cercato di approfondire, a cinque anni dal Convegno della Chiesa italiana a Firenze (2015), quale nuovo umanesimo cristiano Gesù domanda alle donne e agli uomini di oggi.
Don Roberto, dopo aver delineato quale autentico cristianesimo dobbiamo incarnare alla luce del magistero di papa Francesco e dell’icona biblica della Trasfigurazione del Signore (Giornate di spiritualità di gennaio), ha orientato le sue riflessioni sugli atteggiamenti concreti che devono caratterizzare la vita del cristiano. 
Il dossier del numero precedente de La Missione ha dato spazio particolarmente alla passione, alla responsabilità, al disinteresse, all’umiltà, al rispetto e all’ascolto. 
In questo dossier saranno approfonditi gli atteggiamenti della pazienza, della gentilezza e della tenerezza, e della compassione. 
Un bel cammino ci attende e, pur essendo molto impegnativo metterlo in pratica, ci rendiamo conto che è necessario per i tempi difficili che viviamo, nei quali sperimentiamo continuamente la nostra fragilità e il bisogno di fare riferimento alle potenzialità , spesso nascoste, di ciascuno.

1. PAZIENZA

Dopo aver considerato le parole passione e responsabilità, disinteresse e umiltà, rispetto e ascolto, passiamo a un nuovo tema: la pazienza. Anche questa volta mettiamo la Parola di Dio a fondamento della nostra riflessione e ci lasciamo introdurre dall’apertura della lettera di Giacomo.
«Giacomo, servo di Dio e del Signore Gesù Cristo, alle dodici tribù che sono nella diaspora, salute. Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove, sapendo che la vostra fede, messa alla prova, produce pazienza. E la pazienza completi l’opera sua in voi, perché siate perfetti e integri, senza mancare di nulla. Se qualcuno di voi è privo di sapienza, la domandi a Dio,
che dona a tutti con semplicità e senza condizioni, e gli sarà data. La domandi però con fede, senza esitare, perché chi esita somiglia all’onda del mare, mossa e agitata dal vento».

Un concetto questo già visto nei giorni scorsi perché in fondo la pazienza è l’altro lato delle umiliazioni. Se affrontate nella fede, le prove producono la pazienza e diventano luogo di crescita umana. Come nel caso dell’umiltà, la pazienza germoglia laddove non si subiscono le prove con rassegnazione, perché la rassegnazione non ha nulla a che fare con la pazienza.
La rassegnazione non è atteggiamento da cristiano, la pazienza invece è la virtù di chi è in cammino, di chi reagisce e si muove. Nella pazienza si trasforma la fatica in risorsa.
«La pazienza è una virtù della gente che è in cammino, non di quelli che sono chiusi, fermi» ha fatto notare il Papa… come dei genitori quando viene un figlio ammalato o disabile, … ed essi dicono “Ma grazie a Dio che è vivo!”. E questo è pazienza, non è rassegnazione: cioè, è la virtù che
viene quando uno è in cammino».
Questo stile di pazienza, dice il papa, nasce dall’etimologia del nome stesso, infatti vuol dire “portare sulle spalle”.
Pazienza quindi non è subire con sofferenza, è piuttosto prendere sulle spalle con letizia, la perfetta letizia di cui può parlare Giacomo. Pazienza è perciò «portare su». Qui troviamo la prima novità riguardo alla pazienza. Se l’umiliazione ci rende capaci di farci da parte rispetto all’altro, la pazienza ci rende capaci di accettare, gestire e superare i nostri limiti, così non mi fermo nemmeno davanti
a me stesso, il mio peggior ostacolo!
Allora la pazienza è virtù da esercitare prima di tutto con se stessi! Da dove nasce questa immagine di pazienza? Come sempre direttamente da Dio. È infatti Dio per primo che ha pazienza con il suo popolo, che ha pazienza con il nostro peccato. E questo padre paziente arriva al culmine della pazienza, mandando il suo Figlio e il Figlio “entra in pazienza”, sceglie di patire per noi. Siamo di nuovo a quel centro che individuavamo ieri: la croce!
San Giustino diceva che la pazienza è il motivo dell’incarnazione del Verbo. Gesù si incarna perché Dio non si stanca degli uomini, così anche noi siamo chiamati ad entrare in pazienza, a scegliere di patire.
Allora una indicazione pratica è quella di partire dal contemplare la pazienza di Dio e in particolare quella di Cristo sulla croce: una scuola che consente di convertirsi. A questo proposito mi piace ricordare un episodio particolare. Negli ultimi giorni dell’anno scorso il papa aveva reagito con stizza ad una donna che lo aveva strattonato e il primo dell’anno aveva così ricordato l’episodio:
L’amore ci fa pazienti. Tante volte perdiamo la pazienza; anch’io, e chiedo scusa per il cattivo esempio di ieri. Per questo contemplando il Presepe noi vediamo, con gli occhi della fede, il mondo rinnovato, liberato dal dominio del male e posto sotto la signoria regale di Cristo, il Bambino
che giace nella mangiatoia.
C’è un’altra meditazione interessante sulla pazienza, quella in cui il papa fa riferimento all’esperienza di Dio con Abramo. Dio non solo è modello di pazienza, ma è causa di pazienza, perché i tempi di Dio non sono i nostri e Dio agisce con molta calma e lentezza.
L’esperienza di Abramo, generare un figlio in età avanzata, è esperienza di disorientamento di fronte a Dio; è la lotta interiore che la nostra fede genera con la nostra impazienza.
Lo stesso accade anche a noi, ha fatto notare Papa Francesco: «… quando il Signore non viene, non fa il miracolo e non ci fa quello che noi vogliamo che lui faccia, diventiamo o impazienti o scettici».
Anche in questo caso, lo sguardo deve essere ricondotto alla pazienza che Dio ha con noi: come lui è paziente con noi, così noi dobbiamo esserlo con lui. «Il Signore prende il suo tempo – ha continuato il Pontefice – … E ci aspetta fino alla fine della vita, insieme al buon ladrone che proprio alla fine ha riconosciuto Dio. Il Signore cammina con noi, ma tante volte non si fa vedere, come nel caso dei discepoli di Emmaus. Il mistero della pazienza di Dio che, nel camminare, cammina al nostro passo».
Quando però davvero non ce la facciamo più, viene voglia di scendere dalla nostra croce, ma proprio quello è l’istante prima che Dio si manifesti e «ci dice soltanto quello che ha detto ad Abramo: “Cammina nella mia presenza e sii perfetto, sii irreprensibile”: è proprio la parola giusta».
Nel testo della Fraternità di Romena troviamo un’ulteriore riflessione:
Chi non conosce l’attesa non sa nulla dell’amore”, amava ripetere Rainer Maria Rilke: l’amore è dunque impastato anche di un qualcosa fatto di nulla, di un tempo carico del – l’energia del desiderio, proiettato in un momento che ancora non c’è. È azione sul tempo la pazienza, non è stanca e vuota rassegnazione o passività o sopportazione muta, ma il creare un tempo diverso, staccato da quello abituale, capace di sospensione, come una pausa nel ritmo della musica. È saper stare in attesa. Ed è direttamente proporzionale all’amore per la vita, come il tempo del lievito
che fa crescere la pasta o quello del granello di senape che diventerà un grande albero.
C’è bisogno di un grande amore per essere pazienti: la vita cresce lentamente e tortuosamente, spesso nascosta, vuole fiducia al buio e domanda calore. Ma solo una forza tranquilla e profonda e un provare e riprovare ostinato le consente di crescere. ( Giornalino della Fraternità di Romena, n.12 / aprile 2019)
Questo testo ricollega la pazienza all’amore e al tempo. Partiamo dalla frase di Rilke: com’è in contrapposizione con il nostro modo di intendere oggi le relazioni. Nel mondo del tutto e subito, l’amore sboccia alla sera e al mattino è già consumato e sfiorito. Siamo nel tempo del mordi e fuggi ed anche le relazioni, che arrivano a consolidarsi, non reggono a lungo negli anni. Storie d’amore che finiscono, famiglie che si sgretolano… L’attesa non è mai un tempo perso, ma è un tempo proficuo, un tempo in cui si può accogliere il dilatarsi del tempo e renderlo tempo fecondo. Vorrei qui ricordare un testo classico di Leopardi “Il sabato del villaggio”.
Il tempo migliore è quello dell’attesa, in cui si pregusta ciò che arriverà; ciò che giungerà sarà rapido e effimero solo se sono pronto lo saprò cogliere. Ma questo richiede di avere un tempo di attesa che generi in me il desiderio e così mi attivi a gustare tutto ciò che mi sarà dato e mi renda anche propenso a non rincorrere subito altro ma a fermarmi a gustare di nuovo, come quando si guardano gli album delle fotografie, che purtroppo non esistono più…
Che cos’è in questo senso la pazienza? L’arte di gustare il tempo. È la capacitò di far accrescere l’amore, sfruttando e ampliando il tempo dell’attesa. Non amo davvero, se non imparo a stare nell’attesa. Non posso stare nell’attesa, se non la vivo come tempo di amore.

2. GENTILEZZA/TENEREZZA

Affrontiamo ora il tema della gentilezza/tenerezza, partendo dalla riflessione della comunità di Romena.
Sii dolce con me. Sii gentile. / È breve il tempo che resta. Poi / saremo scie luminosissime. / E quanta nostalgia avremo / dell’umano. Come ora ne abbiamo dell’infinità. / Ma non avremo le mani. Non potremo / fare carezze con le mani. / E nemmeno guance da sfiorare / leggere”.
È questa la preghiera di Mariangela Gualtieri, ma è anche la preghiera di ogni essere vivente, uomo e donna, animale e pianta, fiori e acque di questa terra: sii gentile, sii leggero con me.
La gentilezza è impastata di leggerezza e la sua presenza rende leggera la vita ferita dalla
noncuranza e d all’indifferenza.
Si tratta di una questione di gravità, nel senso della pesantezza; si tratta della nostra capacità di scrollarci di dosso il peso dell’egoismo; si tratta del pensare il significato del nostro essere nel mondo. Il gesto gentile benedice l’altro, gli sussurra: “Tu sei degno come me.” È l’infinito che ci portiamo dentro a richiamarci verso la nostra umanità, quella scintilla di Dio presente in ciascuno di noi che urla, da sotto le macerie, per essere portata alla luce come un tesoro, come una perla trovata dopo il naufragio. (Giornalino della Fraternità di Romena, n.12 / aprile 2019)

La gentilezza è l’espressione in modi e gesti della benevolenza. Se la pazienza si legava al tema dell’umiltà e dell’umiliazione, la gentilezza si lega al rispetto: è la trascrizione nel concreto del rispetto che ho verso di te. Se il mio sguardo sa illuminare la tua vita e dice la tua dignità, i miei gesti ne dicono la custodia; meglio ancora ne dicono la benedizione. La gentilezza è quindi il segno
concreto del rispetto e dell’amore.

Papa Francesco ha ripreso ampiamente il tema della gentilezza, rendendola anche passionale. Se al gesto gentile unisco la dedizione amorosa, ottengo la tenerezza. Ci affidiamo come introduzione
proprio al discorso tenuto dal papa ai partecipanti del convegno del 13 settembre 2018, il cui tema era: “La Teologia della tenerezza in papa Francesco”.
Papa Francesco dava tre spunti:
– Il primo riguarda l’espressione teologia della tenerezza.
Teologia e tenerezza sembrano due parole distanti: la prima sembra richiamare l’ambito accademico, la seconda le relazioni interpersonali. In realtà la nostra fede le lega indissolubilmente. La teologia, infatti, non può essere astratta – se fosse astratta, sarebbe ideologia – perché nasce da una conoscenza esistenziale, nasce dall’incontro col Verbo fatto carne! La teologia è chiamata a
comunicare la concretezza del Dio amore. E tenerezza è un buon “esistenziale concreto” per tradurre ai nostri tempi l’affetto che il Signore nutre per noi. La teologia ha bisogno di concretezza e la tenerezza è proprio questo. Parlare di tenerezza è parlare dell’essenza e della capacità di amare di Dio ed è un modo di parlarne molto concreto, un forte richiamo ai teologi a parlare di Dio in modo immediato. Ma è anche un richiamo a ciascuno di noi a comprendere che non ci può essere astrazione nella fede: i gesti parlano e non possono parlare in modo incoerente con la fede professata. Non sono le opere a costituire la nostra fede, ma certamente sono le opere
a testimoniarla. Un primo richiamo quindi a ripensare alla nostra gestualità di fede, non solo liturgica! Poi tenerezza è termine legato al sentimento. Bisogna che la teologia, la fede sappia parlare al mondo contemporaneo e il nostro mondo sceglie e agisce in base al sentimento, “va dove ti porta il cuore”. Allora come trasmettere la fede a chi sa leggere l’emozione e non la ragione?
Occorre un sentimento che trasmetta l’essenza della fede. Se l’essenza della fede è l’amore che Dio
ha per l’uomo, la tenerezza è quel sentimento che non vuol dire ridurre la fede ad un “mi piace, non mi piace”, ma vuol dire parlare il linguaggio dell’uomo di oggi e tradurvi i contenuti di sempre. Tutti
riusciamo a comprendere lo spessore della tenerezza.
Questo diventa molto più dialogico con il pensiero contemporaneo di tante altre riflessioni, non dimenticando che è poi lo Spirito a passare attraverso i canali che gli apriamo. E lo Spirito, amore personale e concreto del Padre per il Figlio, ci sguazza nella tenerezza. Quali contenuti potrebbe dunque avere una teologia della tenerezza? Due mi sembrano importanti e sono gli altri due spunti che vorrei offrirvi: la bellezza di sentirci amati da Dio e la bellezza di amare in nome di Dio.
Sentirci amati da Dio e sentire di amare Dio. La tenerezza di Dio mi permette di percepire Dio nella sua fondamentale identità di Amore. La tenerezza agita mi consente di testimoniare Dio,  manifestando amore ma questa bipartizione che ho fatto è molto meno di quanto il papa ha affermato. Il papa infatti ha parlato di bellezza in entrambi i casi. Non si tratta solo di percepirsi amati e amare, ma di cogliere la bellezza di tutto ciò! Non solo una teologia concreta, quindi, ma una teologia della bellezza: il volto di Dio mostrato agli uomini è un mondo che ha fascino.
Quando hanno fatto gli studi sulla Sindone, hanno ricavato i tratti del volto di Gesù: l’immagine che ne è derivata è stata rielaborata perché rispondesse ad un ideale fascino, perché realmente Gesù era capace di attrarre a sé, aveva fascino. Le sue azioni esprimevano bellezza, il suo insegnamento
trasmetteva gioia. “Evangelii gaudium”, la gioia del Vangelo: è il titolo dell’Enciclica programmatica del papa.
Non c’è annuncio pieno del Vangelo, se non se ne fa emergere la gioia, il fascino. Questo ci dice che non solo dobbiamo riscoprire gesti della fede che parlano all’oggi, non solo dobbiamo riscoprire linguaggi di fede che dialogano con l’oggi, ma dobbiamo anche ritrovare il modo di annunciare la gioia del Vangelo, che ne narri la verità.
Rieccoci allora ai contenuti della Teologia della tenerezza: il primo è la riscoperta dell’amore che Dio ha per l’uomo. Sentirci amati. La tenerezza può indicare proprio il nostro modo di recepire oggi la misericordia divina. La tenerezza ci svela, accanto al volto paterno, quello materno di Dio, di un Dio innamorato dell’uomo, che ama di un amore infinitamente più grande di quello che ha una madre per il proprio figlio (cfr Is 49,15).
Sentirci amati significa dunque imparare a confidare in Dio, a riscoprire una preghiera di relazione. Non la preghiera dello schema ma la preghiera del cuore che, però, non vuol dire riempire di parole il tempo passato con Dio, aggiungendo testi a testi, piuttosto immergersi nella Trinità e trovare qui la propria dimora. La preghiera è il dialogo del Figlio con il Padre e noi ci inseriamo in essa.
Unendoci al Figlio, ci ritroviamo immersi e rinnovati da quello Spirito che soffia incessantemente tra loro. Il primo luogo della riscoperta della tenerezza di Dio è la preghiera, vissuta con profondità,
tenerezza di un rapporto intimo e filiale / fraterno con Dio.

Il secondo contenuto della Teologia della tenerezza è l’invito ad esercitare la tenerezza. Ecco l’ultimo spunto: sentirci di amare. Quando l’uomo si sente veramente amato, si sente portato anche ad amare. D’altronde se Dio è infinita tenerezza, anche l’uomo, creato a sua immagine, è capace di tenerezza. La tenerezza, allora, lungi dal ridursi a sentimentalismo è il primo passo per superare il ripiegamento su se stessi, per uscire dall’egocentrismo che deturpa la libertà umana.
La tenerezza è autoreplicante: se ricevo tenerezza sarò capace di tenerezza. Riconoscersi amati porta con sé il bisogno di aprirsi agli altri nell’amore. Si tratta di un circolo virtuoso che parte da Dio, coinvolge il mondo e ad ogni giro consolida quella realtà di amore che chiamiamo Regno. Diventa importante qui il discorso sulla Chiesa che non è il Regno, non è il luogo della piena realizzazione dell’amore di Dio tra gli uomini. Questo ci rende consapevoli della fragilità di questa comunità a cui apparteniamo. Ma è pur sempre nella Chiesa che si può condividere e far maturare il
messaggio della tenerezza. Così la comunità diventa incubatoio di vita nuova, di nuovo amore che si riversa sulla comunità stessa, convertendola e purificandola lentamente e si riversa all’esterno di essa, irrigando la famiglia, la società, il mondo. La comunità si manifesta così come germe del Regno che pian piano cresce ma si palesa contemporaneamente con tutta la sua fragilità e intrinseca riformabilità.
Un bel testo di Jean Vanier si intitolava “Comunità, luogo della festa e del perdono”.
Della festa, perché è il moltiplicatore del bene che deriva dall’annuncio del Vangelo, del perdono, perché solo nell’amore misericordioso tra di noi si trova il superamento dei limiti. Così la Chiesa stessa, pur nella sua fragilità, diviene il primo luogo della tenerezza. Ci riesce? Non si sa!
Però forse la può aiutare la riscoperta della chiesa domestica. La famiglia, il gruppo ristretto sono i luoghi per eccellenza della tenerezza. Se si riscopre la sacralità della famiglia, piccola Chiesa, la tenerezza della famiglia irrorerà la Chiesa, sempre che la famiglia oggi sia ancora in grado di riscoprire se stessa come il luogo della tenerezza. Credo sia in questo nucleo il grande dibattito del rinnovamento della pastorale.
Il coinvolgimento delle famiglie non come rimedio all’incapacità catechistica ma come riscoperta dell’identità della famiglia nel progetto di Dio. Una sfida alta, vista l’attuale crisi dell’istituzione famiglia, ma forse proprio questo ci dice che è la strada giusta, perché non è la nostra!
Tutto ciò diventa oggi spunto per ripensare e riformulare un nostro “modo di parlare di Dio”, che ha bisogno di nuovi stimoli e di nuovi sguardi, non di nuovi mezzi e nuove tecniche, ma di una rinnovata immersione in Cristo.

3. COMPASSIONE

Oggi concludiamo con il tema della compassione, partendo ancora una volta dalla breve introduzione proposta dalla Fraternità di Romena:
«C’è un modo di guardare indifferente, frettoloso, come se non volessimo sporcarci, occhi che alzano un muro per non lasciarsi penetrare, occhi di ghiaccio. E c’è invece uno sguardo abitato di tenerezza, che si commuove quando incontra un’ imperfezione, una sofferenza, una pena. La compassione è un allargare la nostra tenda per far entrare l’altro, per poterlo accogliere, non tanto per sentirci a posto con la coscienza e compiere così un’opera buona, ma perché una scheggia del dolore dell’altro ci ha trafitto il cuore e abbiamo con-patito, cioè sofferto insieme. È ciò che abbiamo nel nostro cuore che ci rende degni di chiamarci umani, non solo la nostra intelligenza o la capacità
di raggiungere i nostri obiettivi, ma quel che sta piantato al centro del nostro cuore, la sua permeabilità, flessibilità e tenerezza: la capacità di sanguinare con i graffi e le ferite dell’altro». (Giornalino della Fraternità di Romena, n. 12 / aprile 2019)
La compassione è il tema che racchiude in sé tutti i temi precedenti, non per niente ci viene detto che è la compassione ciò che ci rende degni di chiamarci umani; è la capacità del nostro cuore di sanguinare con le ferite dell’altro. Poniamo come sempre un brano della Parola di Dio ad
apertura della meditazione (Lc 7,11-17). Seguiremo una traccia di commento di Ermes Ronchi con alcuni spunti presi da papa Francesco:
«In seguito Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla. Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei. Vedendola, il Signore fu
preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre. Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo». Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante».

Gesù è alla porta di una città nuova: è un forestiero, un estraneo. Passa davanti a lui il corteo di un funerale: una donna segue una bara. È una vedova, lo si comprende dall’abbigliamento. La donna di Nain aveva già pianto la morte del suo uomo: adesso è inghiottita da un ulteriore lutto, è il dolore più atroce: la morte di un figlio. Perché questo accanirsi del male sulle spalle di una donna già così fragile? Non sappiamo dare una risposta valida a questa domanda, nemmeno la troviamo nella Bibbia. Il Vangelo però racconta la prima reazione di Gesù: egli prova dolore per il dolore dell’uomo e lo esprime con tre verbi: provare compassione, fermarsi, toccare. Gesù vede il pianto e si commuove, si lascia ferire dalle ferite di quel cuore.
L’evangelista non dice che Gesù ebbe compassione, dice che “il Signore fu preso da grande compassione”. È bellissima questa visione: per Gesù la compassione è una malattia congenita, un difetto di fabbrica e l’ha ereditata proprio dal Padre eterno: l’impossibilità dell’indifferenza.
Il mondo è un immenso pianto, un fiume di lacrime, ma tante volte appaiono invisibili all’uomo, a chi ha perduto lo sguardo del cuore. Gesù invece sapeva guardare negli occhi di una persona.
Nessun segnale ci dice che quella donna fosse più religiosa di altri. Ciò che fa breccia nel cuore di Gesù non è la fede della donna: è il suo dolore. Quella donna non prega Gesù, non lo chiama, non lo cerca, ma tutto in lei è una supplica senza parole. E Dio ascolta l’eloquenza delle lacrime, risponde al pianto silenzioso di chi neppure si rivolge a lui, si fa vicino, vicino come una madre al suo bambino.

Ogni volta che Gesù si commuove, tocca: il lebbroso, il cieco, la bara del ragazzo di Nain. Toccare è parola dura, che ci mette alla prova. Non è spontaneo toccare il contagioso, l’infettivo, il mendicante, la bara. Non è un sentimento, è una decisione. Si accosta, tocca, parla: Ragazzo dico a te, alzati. Levati, alzati, sorgi, il verbo usato per la risurrezione: c’è un forte coinvolgimento di Gesù, una enorme compromissione, perché la compassione chiede di coinvolgersi e compromettersi con l’altro. E lo restituì alla madre: papa Francesco parla di un atto di giustizia:
«Questa parola si usa in giustizia: restituire. La compassione ci porta sulla via della vera giustizia. Sempre bisogna restituire a coloro che hanno un certo diritto, e questo ci salva sempre dall’egoismo, dall’indifferenza, dalla chiusura di noi stessi» (S. Marta, 17 settembre 2019).
Compassione e giustizia sono termini che vanno a braccetto tra loro. Ermes Ronchi sottolinea che Gesù restituisce il ragazzo all’abbraccio della madre, lo restituisce all’amore, agli affetti che soli ci rendono vivi, lo restituisce alle relazioni d’amore nelle quali soltanto troviamo la vita. È questa
la vera risurrezione! È il recupero della piena dignità di uomo in relazione con gli altri.
Tutti glorificavano Dio dicendo: è sorto un profeta grande! Gesù è il profeta della compassione, di un Dio che cammina per tutte le Nain del mondo. Un Dio che si avvicina a chi piange, piange insieme con noi quando il dolore sembra sfondare il cuore e che ci convoca ad operare anche noi “miracoli”. Non quello di trasformare una bara in una culla, come a Nain, ma il miracolo di sostare accanto a chi soffre, accanto alle infinite croci del mondo. Il miracolo di lasciarsi ferire da ogni ferita, portando il conforto umanissimo e divino della compassione.
Fermarsi: “per vedere bene un prato bisogna inginocchiarsi e guardarlo da vicino” (Ermanno Olmi). Il tatto è tra i cinque sensi quello che apre il Cantico, e lo riempie. È un modo di amare, il modo più intimo, è il bacio: si apre una stagione nuova nelle relazioni. Come la notte comincia dalla prima stella, così il mondo nuovo comincia dal primo samaritano buono. Il racconto di Nain mette in scena la normalità della tragedia del dolore più grande del mondo. Un freddo improvviso e spaventoso che stringe la gola e sai che niente sarà più come prima.
Gesù non sfiora il dolore, ma penetra completamente dentro l’abisso della madre insieme a lei. Entrato in città da forestiero, si è rivelato prossimo. Chi è il prossimo? gli avevano chiesto. Chi si avvicina al dolore altrui, se lo carica sulle spalle, cerca di consolarlo, alleviarlo, guarirlo… E chi non si avvicina? In un altro testo il papa esprime questo commento al brano della moltiplicazione dei pani e dei pesci, analizzando il comportamento dei discepoli. Avevano appena detto a Gesù di mandare le folle a casa perché era tardi e non avevano cibo: “Erano prudenti, i discepoli”, nota Francesco. “Io credo – prosegue – che in quel momento Gesù si sia arrabbiato, nel cuore”, considerando la risposta: “Date loro voi da mangiare!”. Il suo invito è a farsi carico della gente, senza pensare che dopo una giornata così potessero andare nei villaggi a comprare il pane.
Il Signore ebbe compassione perché vedeva la gente “come pecore senza pastore”; invece l’atteggiamento dei discepoli era egoistico. “Cercano una soluzione ma senza compromesso”, che non si sporcano le mani, come a dire che questa gente si arrangi. E il papa sottolinea che Gesù
si sarà arrabbiato: non accetta che non ci sia compassione!
Questo ci dice la direzione verso cui dobbiamo camminare, ma anche l’urgenza di tale cammino perché il linguaggio umano non è la compassione, ma l’indifferenza. Cosa possiamo fare per smettere di essere indifferenti? Aggiungiamo un altro breve brano che ci aiuta a comprendere
la compassione non solo verso il sofferente, ma verso il peccatore, perché nel mondo ebraico il lebbroso era considerato un peccatore: è il brano del lebbroso (Lc 5,12-15).
Ecco come il papa ha commentato questo testo:

«“Signore se tu vuoi, puoi”. È la supplica del lebbroso rivolta a Gesù. Una preghiera semplice, “un atto di fiducia” ma anche “una vera sfida”; parole che raccontano, allo stesso tempo, il modo di agire del Signore, all’insegna della compassione, che non è avere pena, ma il patire con, il prendere la sofferenza dell’altro su di sé per guarirla. La compassione più grande è proprio per il peccatore e
questo deve toglierci il timore di come riuscire a dire i nostri peccati, a confessarci, perché proprio la gravità del nostro peccato è ciò che ci avvicina alla misericordia di Dio».

Così il papa conclude invitandoci ad imparare la preghiera del lebbroso:
«Abbiamo l’abitudine di ripetere questa preghiera, sempre: “Signore, se vuoi, puoi. Se vuoi, puoi”, con la fiducia che il Signore è vicino a noi e la sua compassione prenderà su di sé i nostri problemi, i nostri peccati, le nostre malattie interiori, tutto. Una preghiera semplice e miracolosa, da ripetere – sottolinea il Papa – “tante volte al giorno”, “dal cuore interiormente, senza dirlo ad alta voce”».


DOSSIER N. 63

UN NUOVO UMANESIMO CRISTIANO

II. Giornate di spiritualità nel tempo di Estate (Prima parte)

Sintesi delle riflessioni svolte da Don Roberto Bartesaghi
Ostuni (BR), 6 e 9 agosto 2020

a cura del Centro Missione di Ostuni 

Quando lo scorso anno cominciammo a programmare l’itinerario formativo per il 2020, non avremmo mai immaginato di dover fare i conti con una pandemia, un lockdown prolungato e rivedere piani e tempi di tante attività. Il titolo scelto per l’intero cammino è stato però molto rispondente alle necessità del momento. Vivere un nuovo umanesimo per tutti e, per i cristiani, in riferimento a Gesù e al suo insegnamento.
I vescovi italiani, molto a proposito, ci hanno consegnato nel mese di giugno un documento molto prezioso che in poche pagine ci aiuta a fare “una lettura biblico – spirituale dell’esperienza della pandemia”. Il documento è intitolato “È risorto il terzo giorno” (chi non lo avesse ancora, lo può
trovare facilmente in uno dei siti internet) e aiuta a cercare risposte a domande che ad oggi sono concrete, pressanti, con verbi che possiamo coniugare tutti al presente, purtroppo: “Come cambieranno le cose? Come saremo? Il futuro sarà scandito ancora da abitudini reiterate? Come
sarà la coscienza personale e collettiva? Cosa ci chiede il Signore in questo tempo? Perché un Dio buono permette tutto ciò ai suoi figli?…”.

Abbiamo dovuto rinunciare alle giornate di spiritualità del tempo di Pasqua, convogliando il resto del percorso, iniziato a Natale, in estate, ad Ostuni. Don Roberto Bartesaghi, animatore delle giornate, ci ha aiutati a trovare una risposta a queste domande, coniugandole con l’impegno a vivere un umanesimo più autenticamente cristiano.

1. PASSIONE E RESPONSABILITÀ

Il nostro cammino sull’umanesimo cristiano è collegato al cammino della Chiesa italiana e riprende il Convegno di Firenze, arricchito con la figura di uomo proposta dalla vita di papa Francesco. Avevamo posto il testo della Trasfigurazione come icona biblica di sottofondo. In questi giorni, approfondiremo delle qualità personali concrete e faremo riferimento ad una riflessione di don Luigi Verdi della Fraternità di Romena, apparsa sul numero 12 dell’aprile 2019 del giornalino della Fraternità dal titolo significativo: “Torniamo umani”.
La prima coppia di temi, strettamente uniti tra loro è: passione e responsabilità.
C’è un bellissimo brano dell’Apocalisse che ci introduce nella nostra riflessione. Non parla di  passione direttamente ma ci mostra l’orizzonte della nostra fede, un orizzonte che dovrebbe essere il motore della nostra vita:

E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose». E soggiunse: «Scrivi, perché queste parole son certe e vere». E mi disse: «Ecco, sono compiute! Io sono l’Alfa e l’Omèga, il  principio e la Fine. A colui che ha sete io darò gratuitamente da bere alla fonte dell’acqua della vita. Chi sarà vincitore erediterà questi beni; io sarò suo Dio ed egli sarà mio figlio» (Ap 21,5-7).

È l’unico passo dell’Apocalisse nel quale parla Dio direttamente. La Bibbia si è aperta con la parola di Dio che dice: “Sia fatto” (Gen 1,3), qui abbiamo l’ultima parola, quella che porta a compimento l’opera della creazione: “Faccio nuove tutte le cose”. È Dio stesso che garantisce la verità di questa affermazione. Ciò che era promesso, ora è compiuto ed è compiuto in Cristo. Tutto ciò che è stato creato, ora diventa il paradiso in terra. “Sono compiute” è un “si è avverato” in Colui che è principio e fine, alfa e omega. Ma in questo destino finale della creazione entra chi ha sete, chi ha dentro il desiderio, che non si spegne abbeverandosi alla fonte del mondo, ma trova la sazietà solo alla fonte della vita.
Gratuitamente, a chi lo desidera, viene elargito questo definitivo stato di perfezione, ma occorre essere vincitori, occorre cavalcare e domare la vita. È proprio questa capacità di dominare la vita che rende figli di Dio. Ma è vero questo? Lo riscontriamo? La vita in realtà ci propone uno scenario ben diverso.
Papa Francesco nell’Udienza generale del 23 agosto 2017 così esprime questo concetto: “Cari fratelli e sorelle, … abbiamo ascoltato la Parola di Dio nel libro dell’Apocalisse, e dice così: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (21,5). La speranza cristiana si basa sulla fede in Dio che sempre crea novità  nella vita dell’uomo, crea novità nella storia, crea novità nel cosmo. Il nostro Dio è il Dio che crea novità, perché è il Dio delle sorprese…”.

Dio è il Dio delle novità! E le novità generano curiosità, stupore, vita. Dio non è cupo, triste,  impositivo. È fiorire di vita, gioia, movimento ed evoluzione. Allo stesso modo chi segue il Vangelo non può essere spento e triste. Questo ci interroga sul nostro modo di vivere la fede: cristiani della gioia o no? Il Papa continua: “Non è cristiano camminare con lo sguardo rivolto verso il basso – come fanno i maiali: sempre vanno così – senza alzare gli occhi all’orizzonte. Come se tutto il nostro cammino si spegnesse qui, nel palmo di pochi metri di viaggio; come se nella nostra vita non ci fosse nessuna meta e nessun approdo, e noi fossimo costretti ad un eterno girovagare, senza alcuna ragione per tante nostre fatiche. Questo non è cristiano…”.

L’immagine molto materiale è veramente incisiva. Se vivo nella tristezza e nella routine, non sono un uomo a immagine di Dio, sono un uomo a immagine di un maiale. Che fastidio viene sentendo questa immagine! In realtà probabilmente la sensibilità sudamericana farebbe percepire meno dura l’immagine. Quale orizzonte di vita ha un maiale? Con tutto il rispetto per gli animalisti, l’orizzonte è il prosciutto. È l’annullarsi di ogni aspirazione che troviamo cercando dentro il nostro cuore. Il papa è netto: questo non è cristiano. Siamo cristiani o maiali? Quanto è alto lo sguardo nel guardare alla vita? “Giovanni, nell’Apocalisse, profetizza: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini! [… Egli] asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate […] Ecco io faccio nuove tutte le cose!» (21,3-5). Il Dio della novità!”.
Su questo testo il papa invita a fare una lettura concreta, aderente alla realtà. Dov’è il mondo  perfetto di cui parlavamo nella prima lettura del brano di Apocalisse? Se ascoltiamo anche solo i telegiornali, questo mondo non lo vediamo proprio. Dove sta allora la radice della visione  dell’Apocalisse? Come possiamo dire che è realmente realizzato il mondo perfetto? L’elemento che fa la differenza è la pietà di Dio, la sua passione per l’uomo, la compassione di Dio per le nostre fatiche.
È questa dimensione che apre ad una certezza nuova: Dio non vuole il male, non vuole che la nostra vita si spenga. E la risposta al male presente è la presenza del Risorto che cammina nel mondo e che garantisce il nostro riscatto. Allora la prospettiva del cristiano non può essere quella dello sguardo basso e non ci può essere spazio per la disperazione e il non senso.
Non possiamo fermarci a rimpiangere un mondo che non c’è più e nemmeno una Chiesa che non c’è più. Dobbiamo essere persone di primavera, dobbiamo essere instancabili coltivatori di sogni, anche se purtroppo le nostre comunità sono spesso una raccolta di facce da peperoncini all’aceto. Crediamo realmente all’annuncio del Vangelo? Dice ancora il Papa:
«... Il cristiano sa che il Regno di Dio, la sua Signoria d’amore sta crescendo come un grande campo di grano, anche se in mezzo c’è la zizzania. Sempre ci sono problemi, ci sono le chiacchiere, ci sono le guerre, ci sono le malattie … ci sono dei problemi. Ma il grano cresce, e alla fine il male sarà  eliminato… Per quanto la nostra vita sia stata lunga, ci sembrerà di aver vissuto in un soffio. E che la creazione non si è arrestata al sesto giorno della Genesi, ma ha proseguito instancabile, perché Dio si è sempre preoccupato di noi. Fino al giorno in cui tutto si compirà, nel mattino in cui si estingueranno le lacrime, nell’istante stesso in cui Dio pronuncerà la sua ultima parola di benedizione: «Ecco – dice il Signore – io faccio nuove tutte le cose!» (v. 5). Sì, il nostro Padre è il Dio delle novità e delle sorprese. E quel giorno noi saremo davvero felici, e piangeremo. Sì: ma  piangeremo di gioia…».

Potremmo affiancare la bellissima profezia di Isaia che annuncia la novità del regno, siamo abituati a sentirla in Avvento proprio in relazione all’incarnazione di Gesù:
«Così dice il Signore, che aprì una strada nel mare e un sentiero in mezzo ad acque possenti, che fece uscire carri e cavalli, esercito ed eroi a un tempo; essi giacciono morti, mai più si rialzeranno, si spensero come un lucignolo, sono estinti: “Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa. Mi glorificheranno le bestie selvatiche, sciacalli e struzzi, perché avrò fornito acqua al deserto, fiumi alla steppa, per dissetare il mio  popolo, il mio eletto. Il popolo che io ho plasmato per me celebrerà le mie lodi» ( Is 43,16-21).

Ci crediamo che il regno germoglia e il deserto fiorisce? Due sono le parole che dobbiamo immettere nel nostro stile di vita: passione e responsabilità. Il testo della Fraternità di Romena dice così a proposito della passione:
«“Quando ero piccolo mi innamoravo di tutto” cantava Fabrizio De Andrè in una sua canzone: mi innamoravo della sabbia e del sassolino, del vetro appannato e del tesoro nascosto in un baule;  quando ero piccolo, quando era tutto possibile, quando era tutto nuovo. Siamo vecchi forse già a vent’anni se non sentiamo passioni nel nostro cuore, nei nostri occhi, nelle nostre mani; siamo vecchi dentro se non ci innamoriamo della vita. Dio ci dice “Io faccio nuove tutte le cose, non ve ne accorgete?»… (Giornalino della Fraternità di Romena, n.12 / aprile 2019)

Quanto ci appassioniamo al Vangelo e al suo annuncio? Quanto sappiamo alzare lo sguardo e  riconoscere un vita nuova? Quanto sappiamo rileggere il tempo presente e i mutamenti della Chiesa oggi? Pensiamo al Covid, alle sofferenze, ai distanziamenti, alle paure dell’altro… E della responsabilità:
«… Siamo noi che generiamo il mondo e le relazioni, siamo noi a dettarne le condizioni a definirne i confini e disegnarne i colori. Il problema è che questa responsabilità non l’assumiamo su di noi, non ce la sentiamo addosso. Se davvero esiste un peccato originale non è certo quello di aver mangiato la mela, ma è invece nel grave torto che quotidianamente facciamo al creato di non sentircene responsabili, di non fare assolutamente niente perché sia un posto bello, vivo, sano. Un paradiso». (Giornalino della Fraternità di Romena, n.12 / aprile 2019)

Sta a noi diventare promotori e realizzatori del regno. Se non siamo noi a pensare nuovo, a operare nuovo, a progettare nuovo …, non possiamo solo assistere alla chiusura di ciò che era e non è più! Ma questo ci rende responsabili di uno sguardo nuovo.

2. DISINTERESSE E UMILTÀ

Abbiamo detto di passione e responsabilità. Sono termini che parlano di forza, di attività, di impegno. Oggi passiamo a una nuova coppia di parole: disinteresse e umiltà. Sembrerebbero
essere all’esatto opposto, ma non è così. Partiamo ancora una volta dalla Parola di Dio e in particolare da un testo di Isaia (11,1-10).
«Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici… ».

È sempre una profezia del compimento, come quella dell’Apocalisse. Anche qui si parla di una novità che germoglia e cresce; anche qui c’è una dimensione incontrovertibile che parla di mondo perfetto e ideale, ma l’immagine insieme parla di piccolezza, a partire dal piccolo germoglio  sull’antico tronco.
È a questa immagine che papa Francesco si è fermato nella meditazione del 5 dicembre 2017 a Santa Marta. È il brano in cui il profeta annuncia che «spunterà un germoglio dal tronco di Iesse». E su questa prima espressione si è subito fermato il Pontefice sottolineando come si parli di un «virgulto» che è «piccolo come germoglio», sul quale, però, «si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e d’intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e timore del Signore», cioè «i doni dello Spirito Santo».

Ecco allora il primo aspetto fondamentale:
«Dalla piccolezza del germoglio alla pienezza dello Spirito. Questa è la promessa, questo è il regno di Dio». Che, ha aggiunto Francesco, «incomincia nel piccolo, da una radice viene, spunta, un  germoglio; cresce, va avanti – perché lo Spirito è lì – e arriva alla pienezza».
In quella meditazione il Papa ha fatto due riferimenti chiari di questa umiltà e piccolezza. Il primo riferimento è certamente al mistero dell’Incarnazione di Cristo: in lui si presenta questa dinamica di piccolezza esaltata dall’azione dello Spirito. Una dinamica, ha fatto notare il Papa, che si ritrova anche nello stesso Gesù, il quale «al suo popolo nella sinagoga di Nazareth» si presenta allo stesso modo. Non dice: «Io sono il germoglio»; ma si propone in umiltà e afferma: «Lo Spirito è sopra di me», consapevole di essere stato inviato «per dare il lieto annuncio, cioè per i poveri».

La seconda applicazione è alla vita del cristiano. Ha detto il Pontefice che occorre essere coscienti «che ognuno di noi è un germoglio di quella radice che deve crescere, crescere con la forza dello Spirito Santo, fino alla pienezza dello Spirito Santo in noi». E poi ha chiesto: «Quale sarebbe il  compito del cristiano?». La risposta è semplice: «Custodire il germoglio che cresce in noi, custodire la crescita, custodire lo Spirito. “Non rattristare lo Spirito”, dice Paolo».
Che cosa comporta questo nella nostra vita, nella vita di ogni cristiano? Vivere da cristiano «è  questo custodire il germoglio, custodire la crescita, custodire lo Spirito e non dimenticare la radice». Ha precisato il Papa: «Non dimenticare la radice, da dove tu vieni. Ricordati da dove vieni, questa è la saggezza cristiana».
Un compito quindi di custodia che però richiede uno stile di vita cristiana ben precisa. Se questo è il compito, «lo stile qual è?». Lo ha spiegato Francesco: «Si vede chiaro: uno stile come quello di Gesù, di umiltà». Infatti «ci vuole fede e umiltà per credere che questo germoglio, questo dono così piccolo arriverà alla pienezza dei doni dello Spirito Santo. Ci vuole umiltà per credere che il Padre, Signore del cielo e della terra ha nascosto queste cose ai sapienti, ai dotti e le ha rivelate ai piccoli». Nella vita quotidiana, umiltà significa «essere piccolo, come il germoglio, piccolo che cresce ogni giorno, piccolo che ha bisogno dello Spirito Santo per poter andare avanti, verso la pienezza della propria vita».
Stile di umiltà non è altro che imitazione dello stile di vita di Cristo e ancor prima di Dio. Del resto, ha spiegato il Pontefice, «Gesù era umile, anche Dio era umile. Dio è umile perché Dio ha avuto e ha tanta pazienza con noi. E l’umiltà di Dio si manifesta nell’umiltà di Gesù». Ma, ha aggiunto, occorre
chiarirsi le idee sul significato della parola umiltà:
«Qualcuno crede che essere umile è essere educato, cortese, chiudere gli occhi nella preghiera…», avere una sorta di «faccia di immaginetta». Invece «no, essere umile non è quello». Non si tratta di una umiltà di facciata, di un atteggiamento esteriore. Piuttosto l’umiltà si esprime attraverso gesti concreti di umiliazione che vanno accolti con disponibilità È impegnativa l’umiltà! Non è un movimento remissivo e di rinuncia; richiede piuttosto uno sforzo enorme, l’espressione del coraggio, perché è più semplice reagire e difendersi, che lasciarsi umiliare.

Allora, possiamo ricondurre la nostra riflessione a due parole: sono due differenti accezioni del termine umiltà. La prima parola indica l’umiltà come capacità di farsi da parte: è il termine disinteresse, nel senso di quando diciamo “un aiuto disinteressato” cioè senza un tornaconto, un interesse attivo. Riprendiamo un testo di san Paolo nella lettera ai Romani (12,1-18). In esso si dice di offrire i propri corpi, cioè mettere da parte se stessi. L’esortazione alla carità è racchiusa tra due brevi esortazioni all’umiltà che si richiamano con evidenza. Lette di seguito, omettendo ciò che vi è di mezzo, le due esortazioni suonano così: «Non valutatevi più di quanto è conveniente valutarsi
ma valutatevi in maniera da avere di voi una giusta valutazione. […] Non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle umili. Non fatevi un’idea troppo alta di voi stessi» (Rm 12, 3.16).

Non si tratta di raccomandazioni spicciole alla moderazione e alla modestia. Accanto alla carità, san Paolo individua nell’umiltà il secondo valore fondamentale. È la seconda direzione in cui si deve lavorare per rinnovare, nello Spirito, la propria vita. È la strada per edificare la comunità perché metto da parte me per far spazio alla carità. È il modo di fare nostri “i sentimenti che furono in Cristo Gesù”: Egli pur essendo di natura divina, “umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte” (Fil 2, 5-8).
Ai suoi discepoli disse egli stesso: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore” (Mt 11,29). Umile davvero è chi si sforza di avere il cuore di Cristo. L’insegnamento biblico tradizionale sull’umiltà si esprime attraverso una metafora spaziale: quella dell’“innalzarsi” e dell’“abbassarsi”, del tendere all’alto e del tendere al basso. Si può “aspirare a cose troppo alte” con la propria intelligenza, con un indagare smodato che non tiene conto del limite; oppure può avvenire con la volontà.
Il concetto decisivo che san Paolo introduce nel discorso intorno all’umiltà è il concetto di verità. Dio ama l’umile perché l’umile è nella verità: è un uomo vero, autentico, perché ha spazio per amare. Egli punisce la superbia, perché la superbia, prima ancora che arroganza, è menzogna. Tutto ciò che, nell’uomo, non è umiltà è menzogna.
La parola umiltà (tapeinosis) nei filosofi greci ha un significato prevalentemente negativo: bassezza, piccineria, meschinità e pusillanimità. La parola usata da Paolo nel nostro testo per indicare  l’umiltà-verità è la parola sobrietà o saggezza: si tratta di vivere un sano disinteresse rispetto a se stessi e alle cose. Egli esorta i cristiani a non farsi un’idea sbagliata ed esagerata di se stessi, ma ad avere piuttosto, di sé, una valutazione giusta, sobria, potremmo quasi dire oggettiva. L’uomo è  saggio quando è umile e che è umile quando è saggio, abbassandosi, l’uomo si avvicina alla verità. Dio dà la sua grazia all’umile perché solo l’umile è capace di riconoscere la grazia. «Mi domandavo un giorno per quale motivo il Signore ama tanto l’umiltà e mi venne in mente d’improvviso, senza alcuna mia riflessione, che ciò deve essere perché egli è somma Verità e l’umiltà è verità» (Santa Teresa d’Avila).
Potremmo allora parlare di disinteresse, distacco da ciò che non è verità: solo l’umile è vero, perché ha il cuore libero per amare.

La seconda accezione, per la quale usiamo proprio il termine umiltà, è quello di non vantarsi: Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come se non l’avessi ricevuto? (1 Cor 4, 7)
C’è una sola cosa che non ho ricevuto, che è tutta e solo mia, ed è il peccato. Questo so e sento che viene da me, che trova la sua sorgente in me, nell’uomo e nel mondo, non in Dio. «Se qualcuno pensa di essere qualcosa, mentre è nulla, inganna se stesso!» (Gal 6, 3). La “giusta valutazione” di se stessi è, dunque, questa: riconoscere il nostro nulla! Questo è quel terreno solido, a cui tende l’umiltà! La perla preziosa è proprio la sincera e pacifica persuasione che, per noi stessi, noi non siamo nulla, non possiamo pensare nulla, non possiamo fare nulla. Senza di me non potete “fare” nulla dice Gesù (Gv 15, 5). San Paolo aggiunge: «Non che da noi stessi siamo capaci di pensare qualcosa …» (2 Cor 3, 5)

Siamo avviati a scoprire la vera natura del nostro nulla; non è un nulla puro e semplice, un “innocente nonnulla”. Dio ci vuole condurre a riconoscere quello che veramente siamo: un nulla
superbo! Io sono quel qualcuno che “crede di essere qualcosa”, mentre sono nulla. Non ho nulla che non abbia ricevuto, ma sempre mi vanto come se non l’avessi ricevuto. Al termine del nostro cammino di discesa, non scopriamo, dunque, in noi l’umiltà, ma la superbia, ma proprio questo scoprire che siamo radicalmente superbi e che lo siamo per colpa nostra è l’umiltà. Aver scoperto questo traguardo, o anche soltanto l’averlo intravisto è una grazia grande, dà una pace nuova.
Santa Angela da Foligno, vicina a morire, esclamò: «O nulla sconosciuto, o nulla sconosciuto! L’anima non può avere migliore visione in questo mondo che contemplare il proprio nulla e abitare in esso come nella cella di un carcere».
La santa esortava i figli spirituali a sforzarsi di rientrare subito in quella cella, appena ne fossero usciti. Bisogna fare come certe bestiole molto pavide che non si allontanano mai dal buco della loro tana. Stare pronti a rientrare subito, alla prima avvisaglia di pericolo. Esiste davvero questa cella e vi si può entrare davvero ogni volta che lo si vuole. Chiudersi in quel carcere è tutt’altro che chiudersi in se stessi: è aprirsi agli altri, all’essere, alla oggettività delle cose; è chiudersi all’egoismo, non nell’egoismo; è la vittoria su uno dei mali moderni più diffusi per la persona umana: il narcisismo.
Un giorno, Antonio il Grande ebbe una visione: tutti gli infiniti lacci del nemico spiegati per terra. Disse gemendo: “Chi potrà dunque evitare tutti questi lacci?”. Intese una voce rispondergli:
“L’umiltà!”.
Il Vangelo ci presenta un modello insuperabile di questa l’umiltà-verità, ed è Maria. Come si può pensare che Maria esalti la sua umiltà, senza, con ciò stesso, distruggere l’umiltà di Maria? L’umiltà è una virtù a statuto speciale: ce l’ha chi non crede di averla, non ce l’ha chi crede di averla. Solo Gesù può dichiararsi “umile di cuore” ed esserlo veramente: questa è la caratteristica unica e irripetibile dell’umiltà dell’uomo-Dio.
Maria non aveva, dunque, la virtù dell’umiltà? Certo che l’aveva e in grado sommo, ma questo lo sapeva solo Dio, lei no: questo costituisce il pregio dell’umiltà: che il suo profumo è colto soltanto da Dio, non da chi lo emana. «Sebbene Maria avesse accolto in sé quella grande opera di Dio, ebbe e mantenne un tale sentimento di sé da non elevarsi sopra il minimo uomo della terra […]. Qui va celebrato lo spirito di Maria meravigliosamente puro, ché mentre le viene fatto un onore sì grande, non si lascia indurre in tentazione, ma come se non vedesse, rimane sulla giusta via» (M. Lutero).
Non si raggiunge l’umiltà finché la parola di Dio e l’esempio di Maria ci fanno scoprire il nostro nulla. L’umiltà si vede quando l’iniziativa passa da noi agli altri, quando non siamo più noi a riconoscere i nostri difetti e torti, ma sono gli altri a farlo, quando non siamo solo capaci di dirci la verità, ma anche di lasciarcela dire, di buon grado, da altri. Pretendere di uccidere il proprio orgoglio da soli è come usare il proprio braccio per punire se stessi: non ci si farà mai veramente male. Quando io cerco di ricevere gloria da un uomo per qualcosa che dico o che faccio, è quasi certo che quello stesso uomo cerca di ricevere gloria da me per quello che dice o fa in risposta. Così  ognuno cerca la propria gloria e nessuno la ottiene e, se la ottiene, non è che “vanagloria”. Gesù attribuiva alla ricerca della propria gloria addirittura l’impossibilità di credere. Quella dell’umiltà è una lotta che dura tutta la vita e si estende a ogni aspetto della vita. L’orgoglio è capace di nutrirsi sia del male che del bene e di sopravvivere in ogni situazione, anzi, il bene, non il male, è il terreno di coltura preferito di questo terribile “virus”. La vanagloria è capace di trasformare in atto di orgoglio il nostro stesso tendere all’umiltà. Con la grazia, però, noi possiamo uscire vincitori anche da questa terribile battaglia: se infatti il tuo uomo vecchio riesce a trasformare in atti di orgoglio i tuoi stessi atti di umiltà, tu, con la grazia, trasforma in atti di umiltà anche i tuoi atti di orgoglio, riconoscendoli. Riconosci umilmente, che sei un nulla superbo, così Dio viene glorificato anche dal nostro stesso orgoglio. In questa battaglia Dio è solito venire in soccorso ai suoi con un rimedio quanto mai efficace e singolare.
«Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni mi è stata messa una spina nella carne un inviato di Satana incaricato di schiaffeggiarmi: perché io non vada in superbia» (2 Cor 12, 7).
Perché l’uomo “non monti in superbia”, Dio lo fissa al suolo con una specie di àncora: noi non sappiamo cosa fosse questa “spina nella carne” e questo “inviato di Satana” per Paolo, ma sappiamo bene cos’è per noi! Ognuno che vuole seguire il Signore e servire la Chiesa ce l’ha. Sono situazioni umilianti dalle quali si è richiamati costantemente alla dura realtà di quello che siamo. Può essere un difetto, una malattia, una debolezza, un’impotenza, che il Signore ci lascia; una tentazione
persistente e umiliante, forse proprio una tentazione di superbia; una persona con cui si è costretti a vivere e che ha il potere di mettere a nudo la nostra fragilità. Talvolta si tratta di qualcosa di più pesante ancora: sono situazioni in cui il servo di Dio è costretto ad assistere impotente al fallimento
di tutti i suoi sforzi. È qui soprattutto che egli impara cosa vuol dire “umiliarsi sotto la potente mano di Dio” (cf 1 Pt 5, 6). L’umiltà non è solo importante per il progresso personale nella via della santità,
è essenziale anche per il buon funzionamento della vita di comunità, per l’edificazione della Chiesa. L’umiltà è, nella vita spirituale, il grande isolante che permette alla corrente divina della grazia di passare attraverso una persona senza dissiparsi.

3. RISPETTO E ASCOLTO

Dopo aver trattato della passione e della responsabilità, del disinteresse e dell’umiltà, passiamo ora a una nuova coppia di temi: il rispetto e l’ascolto. Per affrontare il primo partiamo dal passo della chiamata di Matteo, nel Vangelo di Matteo (Mt 9, 9-13) :
«Andando via di là, Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli…».

Ci introduciamo a questo brano andando a guardare l’opera corrispondente di Caravaggio, che è custodita nella Chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma. In quest’opera, la chiamata è ambientata in un’osteria dei bassi fondi di Roma. Vediamo un ragazzo chino sul denaro e che sembra ubriaco, accanto sta l’amico che si appoggia familiarmente al futuro apostolo. Poi ci sono due gruppi di figure che emergono dallo sfondo gradualmente: uno, a sinistra, più affollato di personaggi, un altro
più esiguo a destra. Il dipinto è “tagliato” in due da un fascio luminoso. La luce dà forma alle persone, facendole emergere dal buio e rivelandole nella loro corporeità. Il personaggio in mezzo, Matteo, improvvisamente colto dall’irrompere della luce sospende il conteggio; si guarda stupito.
Ma che origine ha questa luce? Illuminando pienamente il volto di Matteo, fa splendere i suoi occhi. In essi si legge lo stupore di una “chiamata”, di un “sentirsi interpellato”. Questa luce viene come “gettata” prima dal braccio e poi dalla mano del Cristo. Matteo e il suo stupore raccontano che lasciarsi coinvolgere da questa luce è una questione di volontà.

Non basta infatti stare davanti a Cristo e essere passivamente illuminati; occorre lasciarsi interrogare, aderire in qualche modo a Lui. La chiamata è un gioco di luce e di sguardi. Come vede Gesù quelle persone sedute al banco? Ci facciamo aiutare ancora una volta da papa Francesco con una sua meditazione a Santa Marta del 21 settembre 2013; meditazione incentrata sugli sguardi proprio nella festa di san Matteo. La forza sta proprio nello sguardo di Gesù: «Uno sguardo che ti porta a crescere, ad andare avanti; che ti incoraggia, perché ti fa sentire che lui ti vuole bene».
Proprio com’è accaduto per l’esattore delle tasse divenuto suo discepolo: «Per me è un po’ difficile capire come Matteo abbia potuto sentire la voce di Gesù», che in mezzo a tantissima gente gli dice «Seguimi». Anzi, il vescovo di Roma non è certo che il chiamato abbia sentito la voce del Nazareno, ma ha la certezza che egli abbia «sentito nel suo cuore lo sguardo di Gesù che lo guardava. E quello sguardo è anche un volto », che «gli ha cambiato la vita. Noi diciamo: lo ha convertito ».

C’è poi un’altra azione descritta nella scena: «Appena sentito nel suo cuore quello sguardo, egli si alzò e lo seguì».
Per questo il Papa ha fatto notare che «lo sguardo di Gesù ci alza sempre; ci porta su», ci solleva; mai ci «lascia lì» dov’eravamo prima di incontrarlo. Né tantomeno toglie qualcosa: «Mai ti abbassa, mai ti umilia, ti invita ad alzarti», e facendo sentire il suo amore dà il coraggio necessario per  poterlo seguire. Uno sguardo che promuove l’altro, che promuove chi ci sta davanti, che ci invita a metterci in azione e a donare la vita. Che cosa dava forza a questo sguardo? Ecco allora l’interrogativo del Papa: «Ma come era questo sguardo di Gesù?». Uno sguardo che dice: «Tu mi stai a cuore, tu vali ai miei occhi». In questo sta la forza di questo sguardo, che è capace di cambiarti la vita. Per questo lo sguardo di Cristo «cambia la vita». A tutti e in ogni situazione. Anche nei momenti di difficoltà e di sfiducia. Quando chiede ai suoi discepoli: anche voi volete andarvene? Lo fa guardandoli «negli occhi». Quando Pietro, dopo averlo rinnegato, incontrò di nuovo lo sguardo di Gesù, «gli cambiò il cuore e lo portò a piangere con tanta amarezza». E infine c’è «l’ultimo sguardo di Gesù», quello con il quale dall’alto della croce, «guardò la mamma, guardò il discepolo»: con quello sguardo «ci ha detto che la sua mamma era la nostra: e la Chiesa è madre». Per questo motivo «ci farà bene pensare, pregare su questo sguardo di Gesù e anche lasciarci guardare da lui».
Chi percepisce la forza di questo sguardo? Chi è più povero, più fragile, più misero; gli ultimi, i diseredati, gli esclusi, perché chi è ricco di sé, guarda ai suoi denari ma non coglie la novità dello sguardo di Gesù. Uno sguardo che dona la vita ma solo a chi è disponibile a lasciarsi guardare, a lasciarsi coinvolgere; uno sguardo generoso e rigenerante, che incontra anche il nostro sguardo proprio oggi.
Infine il Papa ha individuato un’ultima caratteristica nello sguardo di Gesù: la generosità.
«Credo che tutti noi nella vita – ha detto Papa Francesco – abbiamo sentito questo sguardo e non una, ma tante volte. Forse nella persona di un sacerdote che ci insegnava la dottrina o ci perdonava i peccati, forse nell’aiuto di persone amiche … tutti noi ci troveremo davanti a quello sguardo, quello
sguardo meraviglioso». Per questo andiamo «avanti nella vita, nella certezza che lui ci guarda e che ci attende per guardarci definitivamente. E quell’ultimo sguardo di Gesù sulla nostra vita sarà per sempre, sarà eterno». Per farlo si può chiedere aiuto nella preghiera a tutti «i santi che sono stati guardati da Gesù», affinché «ci preparino per lasciarci guardare nella vita e ci preparino anche per quell’ultimo sguardo di Gesù».
Possiamo allora anche oggi trarre due termini che possano diventare stile di vita cristiana: il primo termine è rispetto.
«Etimologicamente la parola rispetto significa “guardare bene” che diventa quindi la prima  condizione del poter rispettare: se ti rispetto vuol dire che ti ho visto, che il mio sguardo si è posato su di te e ti ho riconosciuto. Quanta invisibilità invece esiste oggi, quanto facilmente e volutamente ci nascondiamo allo sguardo degli altri e quanto poco siamo capaci di posare uno sguardo attento su noi stessi, sulla natura, su chi ci sta accanto. È così facile rendersi invisibili ed è altrettanto facile far sentire invisibili gli altri, magari quelli che vivono accanto a noi, o quelli che attraversano le nostre strade e sui quali posiamo appena uno sguardo di commiserazione. Eppure Dio è invisibile: solo attraverso uno sguardo benevolo e delicato potrò riconoscerlo là dove si nasconde, riconoscerlo e dargli casa, perché avrò accolto l’altro e il mondo che lo contiene» (Giornalino della Fraternità di Romena, n. 12 / aprile 2019).
Comprendiamo subito, dopo questa lettura, il perché del testo introduttivo. Quali sono gli invisibili che non ci accorgiamo che esistono e ai quali non diamo dignità e rispetto? Non sono solo gli ultimi, quelli nascosti nei bassifondi, sono anche le mille persone che incontriamo per strada e nemmeno salutiamo. Sono le persone che incontriamo alla Messa, fratelli nella fede che nemmeno vediamo, sono i vicini di casa, questi sconosciuti.
Come possiamo fare per ritrovare la vera dimensione del rispetto?
Forse occorre che prima dello sguardo, si custodisca il cuore che deve amare la persona di fronte a me e forse si deve incrociare spesso la fonte di questo sguardo d’amore che è Cristo.

C’è un altro brano che ci parla insieme di sguardi e rispetto. «Quando ebbe terminato di rivolgere tutte le sue parole al popolo che stava in ascolto, Gesù entrò in Cafàrnao. Il servo di un centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione l’aveva molto caro. Perciò, avendo udito parlare di Gesù, gli mandò alcuni anziani dei Giudei a pregarlo di venire e di salvare il suo servo…» (Lc 7,1-10).
In questo brano entra in gioco la dimensione dell’ascolto, del parlare. E di fatto basta la voce di Gesù a guarire, ma perché la voce sia udita, occorre silenzio e ascolto.

Ed il secondo termine è proprio ascolto. «Ascoltare, aspettare, ospitare nel corpo sono strumenti
delicati per disincagliare e lasciar riaffiorare le radici della bellezza, una bellezza che non divide e non discrimina, che non appartiene a un’idea del bello separato dal brutto, uno sguardo che restituisce” ci dice Chandra Livia Candiani nel suo libro “Il silenzio è cosa viva”. Sì, è cosa viva il tacere e il prestare orecchio: ci sveglia dal sonno nel quale siamo di solito immersi, fa risaltare e brillare i dettagli che trascuriamo e perdiamo, non sapendo che sono, proprio quelli, i miracoli della vita. Dobbiamo reimparare ad ascoltare, dobbiamo riappropriarci di questo senso,  sopraffatto dal rumore, distratto dalle troppe cose e dalle troppe parole, inceppato dalla presunzione di sapere già tutto e di avere per tutto una risposta» (Giornalino della Fraternità di Romena, n.12 / aprile2019).
È un’immagine che si collega alla precedente. Il rispetto dell’altro si esprime anche nell’ascolto dell’altro; nel lasciare che la sua voce possa riecheggiare, io esprimo rispetto per l’altro. Anche in questo occorre chiedersi che cosa significa realmente ascoltare. Che differenza c’è tra sentire e ascoltare?