Anno 2021

LA MISSIONE

Poste Italiane – Spedizione in Abbonamento Postale – 70%
Autor. Trib. di Como n.7/2004 del 08.04.2004 – Periodico quadrimestrale
Anno 2021 – Quaderno n° 1

 

Anno XXXV               MARZO 2021

Realizzazione e stampa: NUOVA GA srl – Ostuni


LA MISSIONE

SOMMARIO

IL TEMPO CHE VIVIAMO

Storie di fratelli, di R. Morelli . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag. 3
Chiamatemi Giuseppe, di A. Sala . . . . . . . . . . . . . . . . pag. 5
Grazie. Abbracci distanziati, di P. Cinquetti . . . . . . . . .pag. 7
Ho scelto la vita, di C. D’Apice . . . . . . . . . . . . . . . . .  pag. 9
Io vado, di M. Morelli . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag. 11
Piccolo, grande gesto, di C. D’Apice . . . . . . . . . . . . . . pag. 13
Dare spazio al cuore, di A. Ostinelli . . . . . . . . . . . . . . pag. 15

DOSSIER N° 65
I. Giornate di spiritualità nel tempo di Natale
FRATELLI TUTTI
PER UNA NUOVA FRATERNITÀ UNIVERSALE
pagg. 17-30

DAI CENTRI MISSIONE

Dal Centro Missione di Ostuni . . . . . . . . . . … . . . . . . . pag. 31
La buona educazione, di R. Morelli . . . . . . . . . . . . . . . pag. 33
Incontri che fanno crescere, di A.F. e P. Marinò . . . . . pag. 35
Domande e risposte, a cura di P. Cinquetti . . . .  .  . . . pag. 37
Noi e… il Covid, di F. Loricco . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag. 39
Giuseppe, padre nell’ombra, di papa Francesco . . . . pag. 41
Cuore di padre, di M. Castelli . . . . . . . . . . . . . . .  . . . . pag. 43

GLI SCRITTI DI DON MARCO CINQUETTI

GLI APPUNTAMENTI DE “LA MISSIONE”


LA MISSIONE                                         Anno XXXV – Quaderno n° 1
Via Lissi, 17 – Rebbio                           Marzo 2021
22100 COMO                                           Sped. in A.P. – 70%
tel. 031/4310792                                    Dir.: Associazione “La Missione”
lamissione@libero.it                            Dir. Resp.: Antonella Sala
www.lamissione.it
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IL TEMPO CHE VIVIAMO

STORIE DI FRATELLI

Sono tante le storie di fratelli che incontriamo nelle pagine della Bibbia e non sempre sono, come vorremmo, storie di affetti sinceri, leali, di amore. Al contrario, sono per lo più storie conflittuali, a volte violente: Caino e Abele, Esaù e Giacobbe, Giuseppe e i suoi fratelli, i figli del re Davide… e potremmo continuare. Sono stata particolarmente attratta da due storie diverse per collocazione temporale ma vicine nell’evidenziare alcuni atteggiamenti.
Caino e Abele rappresentano la prima coppia di fratelli e primi discendenti di Adamo ed Eva. La loro relazione da subito non è facile. Oggi daremmo tante spiegazioni psicologiche del disagio vissuto dal figlio primogenito alla nascita del fratellino. In realtà ciò che è evidente è l’invidia che si insinua
nell’animo di Caino e che lo porta a credere che sopprimere il fratello
lo avrebbe liberato da quell’angustia sperimentata nei confronti dei
genitori e di Dio, che mostrava di gradire di più i doni di Abele. L’invidia attanaglia la sua vita fino a fargli odiare il fratello. Avrebbe voluto essere
come lui, ma soprattutto avrebbe voluto essere “solo lui”. Non accetta di
c o n d i v i d e re spazi, tempi, affetti…
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Un po’ simile, anche se l’epilogo è molto diverso, è l’esperienza di Aronne e Mosè. Mosè è il fratello “salvato dalle acque”, cresciuto alla corte del faraone, stimato dagli ebrei e dagli egiziani, coraggioso nel difendere i più deboli e proprio per questo costretto a fuggire lontano.
Aronne è sempre rimasto nell’accampamento dei suoi e nella condizione di schiavitù. Quando Dio, dal roveto ardente, chiama Mosè a liberare gli ebrei, affida un compito anche ad Aronne: dare voce ferma a suo fratello che aveva la lingua impacciata e balbettava. Di Aronne non sembra dirsi molto di più, fino a quando, fuggiti dall’Egitto, Mosè è chiamato da Dio sul monte Sinai per la consegna delle Tavole della Legge. Mosè rimarrà sul monte quaranta giorni e ad Aronne spetterà il compito di guidare il popolo, che temendo o, forse, sperando che Mosè fosse morto, gli chiede di potersi costruire un vitello d’oro in ricordo di
quell’agnello ucciso il cui sangue aveva segnato le loro case, prima della fuga e della liberazione dall’Egitto.
Sembra, dal racconto, che Aronne non si ponga nessun problema di fronte alla scelta da fare e, finalmente, ha l’opportunità di mostrare al popolo che ha un “potere” decisionale anche lui e che non è il semplice “prestavoce” di Mosè. La decisione è però deleteria per lui e per il popolo tutto, tanto che Mosè obbligato da Dio stesso a lasciare il monte per tornare in mezzo al popolo con la minaccia di distruggerlo e far nascere da lui un nuovo popolo fedele e numeroso.
Mosè, però, supplica Dio di salvare quel popolo dalla “dura cervice”, che era il suo popolo – di Dio e di Mosè. C’è un antidoto a ogni forma di odio, di violenza, di sopraffazione, di invidia…? La risposta non può che essere l’amore.
Amore cercato, voluto, vissuto fino in fondo e che trova la sua forma più elevata e sublime in Gesù, figlio di Dio e fratello nostro, che spinge il suo amore fino al dono totale di sé sulla croce, insegnandoci la nuova via della fraternità… dare la vita per la salvezza di “molti”, di tutti. Questo è il senso autentico della Pasqua: vivere la fraternità
da risorti, amandoci l’un l’altro nella verità.

Rosa Morelli – Ostuni

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IL TEMPO CHE VIVIAMO

“CHIAMATEMI GIUSEPPE”

“L’auto sobbalza su quelle strade che strade non sono e fratel Avi, che è alla guida, non ha pietà: bisogna correre perché in missione c’è molto da fare. «Dottor Ambrosoli, ha mai guidato un camion?» «Lasci stare i titoli pomposi, chiamatemi Giuseppe»”.
E “Chiamatemi Giuseppe” illustra la vicenda umana e spirituale di un medico e missionario, padre Ambrosoli, che, nato nel 1923 a Ronago, in provincia di Como, sarà beatificato a Kalongo, in Uganda nel prossimo mese di novembre.
Elisabetta Soglio, con Giovanna Ambrosoli, nipote di padre Giuseppe, racconta la storia di un uomo cresciuto in una famiglia benestante (dalle nostre parti tutti conoscono il miele e le caramelle Ambrosoli), ma che ha lasciato “il suo paese natale, gli affetti e l’azienda familiare” per vivere accanto ai malati nel cuore dell’Africa.
Padre Giuseppe è attuale perché la sua storia contiene tutti gli ingredienti utili a farne un esempio prezioso […] un
approccio alla vita generoso e professionale. […] Quest’ultimo aspetto […] illumina il suo percorso con una luce diversa e ci spiega che la disponibilità verso gli altri, la capacità di mettersi completamente in gioco hanno bisogno
di gambe solide per camminare. La scelta di studiare l’inglese, di andare a Londra a specializzarsi in malattie  tropicali, l’approccio imprenditoriale e una sana cultura del fare sono elementi che non possono passare in
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secondo piano rispetto alla fede e alla carità”, scrive Mario Calabresi nell’introduzione al libro. “Si completano e si rafforzano a vicenda e ci parlano dell’importanza di credere nello studio, nella formazione e nell’investimento sulle proprie capacità”.
In una interessante meditazione, don Michele Pitino, responsabile della Pastorale Vocazionale della Diocesi di Como, ha sottolineato come padre Ambrosoli sia testimone di una Chiesa povera per i poveri: “Si addicono bene a padre Giuseppe le parole riferite da san Paolo a Gesù: “da ricco che era si fece povero” (2Cor 8,9). Giuseppe rinunciò infatti alle ricchezze paterne e soprattutto ad una brillante carriera di medico chirurgo, competenza che scelse piuttosto di mettere a servizio dei più poveri”.
E, continua don Pitino, in “un’apertura alla complessità e alla varietà dei diversi mondi”, padre Ambrosoli non ha consumato la vita nel chiuso dei locali e delle strutture religiose. “Padre Giuseppe ha lasciato la nostra terra per raggiungere un mondo lontano, non solo geograficamente, del quale così parlava: “Come sono lontano dal Cuore di Cristo, dalla sua misericordia per gli uomini! Devo trattare gli ugandesi con molta più carità, affabilità, bontà, cercando di adattarmi alla loro mentalità. Questa è anche una vera e propria penitenza da offrire a Cristo per il loro bene”. In queste parole emerge la fatica di adattarsi ad una mentalità che non è la propria, l’impegno ad allargare la mente e il cuore per meglio comprendere e conoscere una società, non al fine di adeguarsi ad essa ma per potervi entrare con più rispetto e con più amore”.

Attraverso testimonianze, lettere e il racconto di chi ha lavorato con lui, “Chiamatemi Giuseppe” ci svela la vita straordinaria del “medico della carità”, la cui opera continua nel DR. Ambrosoli Memorial Hospital: un viaggio nell’Africa complessa della povertà e della guerra per scoprire quanto “Ajwaka Madit”, il “Grande Dottore” ha fatto.

Antonella Sala – Como

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IL TEMPO CHE VIVIAMO

GRAZIE!
Abbracci distanziati da… un telo di nailon

Abbiamo visto alla TV, negli ultimi tempi, le scene dei ricoverati negli ospedali che riescono finalmente ad abbracciano i loro cari tramite dei teli di nailon sagomati allo scopo: scene toccanti che suscitano commozione, dove si coglie in particolare una parola: “Grazie”! Grazie alla persona cara in visita, grazie agli infermieri e ai medici che li hanno curati con tanta dedizione e competenza.
“Grazie”, come dice l’etimologia della parola, esprime gratitudine, riconoscenza che, con l’amore, sono il fondamento della convivenza umana. Purtroppo però la parola “grazie” è quasi sparita dal nostro vocabolario mentre la dovremmo usare più spesso,
a partire dalle persone di famiglia, dai figli in particolare, specie se piccoli: “grazie di avermi aiutata a cucinare; grazie di aver sistemato la lavastoviglie!” ma anche “grazie del bene che mi vuoi; grazie del sorriso che ci dai!”. E’ solo così che, a loro volta, imparano a ringraziare. Il segreto
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dell’educazione è proprio questo: apprezzare le cose buone e belle che un bambino o un ragazzo riesce a fare; gratificarlo nei suoi impegni positivi, nella sua buona volontà, e soprattutto dargli l’esempio di ciò che vogliamo ottenere da lui.
“Grazie” è un abbraccio tramutato in una parola. Ma la carenza di gratitudine viene da lontano: i dieci contagiati di lebbra del Vangelo andarono in cerca di Gesù come ultima speranza di essere guariti dalla malattia che li escludeva da ogni forma di vita sociale. Vengono guariti tutti e dieci e se ne accorgono strada facendo verso chi doveva riconoscere la loro
guarigione. Ma dei dieci  solo uno – straniero, samaritano, emarginato per la legge farisaica – sente di dover ritornare a ringraziare chi l’ha guarito. La mancanza di gratitudine talvolta arriva persino a disconoscere la realtà e le prestazioni altruistiche di molte persone, come è avvenuto nelle settimane scorse in diverse piazze italiane, dove i no-vax, le persone che negano l’esistenza del virus e dell’utilità quindi del vaccino, affermavano che il Covid, i contagi, i ricoveri negli ospedali, i decessi … sono tutte invenzioni. Ora invece, come persone responsabili della nostra vita e di quella altrui, sarà bene osservare, ancor più in questa terza ondata dei contagi, le regole della prevenzione con maggiore scrupolo: sarà questo anche il “grazie” più vero che possiamo rivolgere a tutti coloro che si prodigano per la nostra salute e che ci consentono così di abbracciare al più presto le persone care, normalmente, senza teli di nailon.

Prof. Pio Cinquetti – Verona

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IL TEMPO CHE VIVIAMO

HO SCELTO LA VITA

Ho letto l’ultima testimonianza sulla shoah della senatrice Liliana Segre, tenuta ad Arezzo, presso l’associazione Rondine, che accoglie ragazzi provenienti da tutto il mondo. Il discorso della senatrice sottolinea il valore della memoria che crea un legame di valori tra generazioni. La storia è maestra di vita, ci fornisce gli strumenti per comprendere il cammino dell’umanità, sottolineare ciò che resta da fare e gli errori che si devono evitare. Ella parte dalla parola indifferenza, scritta anche sotto la stazione centrale di Milano al binario 21. Gli orrori della guerra e le ingiustizie sono possibili a causa della indifferenza di tanti. Occorre prendere posizione, interessarci, non restare indifferenti o in balia del pensiero e delle azioni altrui.
L’invito, rivolto ai ragazzi, è stato di non pensare che i genitori siano sempre fortissimi, ma che a volte loro sono più forti. Ha ricordato come siano stati umani i carcerati di San Vittore, quando gli ebrei venivano deportati e ha raccontato che, dopo loro, le ci vollero quasi due anni per incontrare veri uomini, prima aveva incontrato solo mostri. Quanto bene possiamo fare con la nostra umanità!
La Segre ha parlato anche del silenzio, quello solenne delle ultime cose, perché tante parole sono inutili quando si è vicino alla morte. Il silenzio permette di guardarci allo specchio, di confrontarci con le nostre paure e contraddizioni, ma ci dà pure la capacità di ritrovare nel profondo di noi stessi le energie per riprendere il
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cammino, pur nella nostra fragilità.
La paura ha caratterizzato la sua vita da prigioniera-schiava, paura di morire, di perdere l’amico, paura di perdere ancora altro dopo aver perso tutto, affetti, identità. Nonostante tutto, c’è stata la vicinanza di persone: anche in un posto così assurdo e incredibile, come il campo di concentramento, resta sempre nell’animo umano il desiderio di stare con altri, di condividere qualcosa della propria vita. Questo calvario è stato vissuto da una ragazza che aveva allora 12 anni.
La senatrice confessa di esser diventata egoista in quelle condizioni; vo l e va estraniarsi di fronte al dolore e all’angoscia che vedeva attorno a sé. Si astraeva con il pensiero, perché voleva vivere e, anche se è sopravvissuta per caso, ha scelto sempre la vita.
E racconta che, nella crudezza di quei momenti, è diventata incapace di un gesto di vicinanza verso una compagna di lavoro, solo perché voleva vivere: questo ha segnato la sua esistenza. Riconosce che non ha perdonato e non ha dimenticato: chi vive cose orribili può fare un grande cammino di testimonianza anche per gli altri, ma non può dimenticare e non è detto che riesca a perdonare.
Dice ancora: “Non date la colpa a qualcun altro dei vostri insuccessi o della vostra debolezza. Siamo fortissimi e l’ho sperimentato da adolescente quando camminai per giorni in una marcia molto difficile. La marcia della morte va trasformata in marcia della vita”.
Alla fine della prigionia, vicino a lei finì il comandante dell’ultimo campo, un uomo crudele, che per confondersi con i prigionieri si spogliò e gettò via anche la pistola. Fu tentata di raccogliere la pistola e di sparargli. Fu un attimo importantissimo in cui capì che non poteva uccidere perché non era come il suo assassino: da quel momento diventò la donna libera e di pace che è ancora adesso.
Tante vicende segnano la nostra vita, sta a noi saper costruire anche sulle macerie o lasciarci sopraffare dal dolore. Si può sempre dare un’ulteriore svolta alla propria vita: a sessant’anni, la Segre ha deciso di portare la sua  testimonianza tra i giovani per invitarli sempre e comunque a scegliere la vita.

Caterina D’Apice – Como

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IL TEMPO CHE VIVIAMO

IO VADO…

… a Gerusalemme e a Gerusalemme soffrirò molto. Più volte Gesù ha cercato di far capire agli apostoli la sua vera missione redentiva ma per loro non era pensabile che il mistero dell’amore dovesse passare attraverso il mistero della sofferenza. L’amore, però, non si ferma dinanzi alla incomprensione degli apostoli e si arriva nel cenacolo dove Gesù alzandosi comincia a lavare loro i piedi.
Pietro reagisce e Gesù si fa severo! Deve far capire a Pietro che la “veste” di Dio è l’umiltà, è l’amore.
Più avanti, sempre a Pietro, Gesù dice:  “ Tu mi rinnegherai tre volte” e “Uno di voi mi tradirà”. Poi dona alla Chiesa se stesso, regala l’Eucaristia. Gesù non è ancora contento della
dimostrazione data del suo amore: esce dal cenacolo e va nell’orto per aspettare un altro oltraggio, un beffardo gesto d’amore: un bacio!
Come non restare confusi di fronte a un così grande gesto di bontà? Come non chiedermi se nei personaggi menzionati non rientro anch’io? Come non chiedermi se il tempo che viviamo non è riflesso di quel tempo? Non viene forse il sospetto che per tanti il tempo che viviamo è diventato
vuoto, banale, ateo, insignificante?

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Stiamo percorrendo la Quaresima, stiamo meditando il deserto, la solitudine, l’incomprensione, il rinnegamento, il tradimento del nostro Salvatore, forse con una patina di abitudine che, come dice papa Francesco, ci impedisce di vivere questi momenti con lo stupore che invece sarebbe necessario.

Pascal in un suo pensiero suggerisce che “non possiamo dormire in questo tempo” e in un suo libro il cardinal Comastri scrive: “Questo è il tempo in cui si può incontrare Dio. Questo è il tempo in cui si può accogliere la speranza. Questo è il momento in cui ci si può lasciare abbracciare dall’Eterno che è entrato nel tempo”.
È in questo tempo di prove e di morte, di pandemia e di incertezza che dobbiamo rinnovare la nostra fede nel mistero che viene a darci la certezza che Dio non ci abbandona.
Madre Teresa di Calcutta ci ricorda: “Il futuro non è nelle nostre mani. Non abbiamo nessun potere su di esso. Possiamo agire solo sul presente. Lasceremo che sia Dio a fare i piani per il futuro. Ieri è già passato, domani non è ancora venuto e noi abbiamo solo oggi per farlo conoscere, amare e servire […]. Viviamo il momento presente  intensamente, con completa fiducia in Dio”.

Maria Morelli – Ostuni

Per le foto di questo numero della rivista ringraziamo:
– R. Dispenza (pag. 9–15) – R. Leone (pag. 27)
– M. Manuelli (pag. 39) – P. Marinò (pag. 35)
– M. Morelli (pag. 37) – P. Morelli (pag. 23)
– G. Nobile (pag.3) – M. Valiera (pag. 1–11–17–19–38-43)
– R. M. Volpe (pag. 21)
Le altre fanno parte dell’archivio dei Centri Missione.

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IL TEMPO CHE VIVIAMO

PICCOLO, GRANDE GESTO 

I grandi mosaici sono fatti con piccoli sassolini. Le grandi creazioni sono frutto di piccoli sforzi costanti. Dio guarda questa fedeltà, questa perseveranza. La guarda e la ama.  (Robert Cheaib)

Vivere il proprio tempo vuol dire cogliere le opportunità e le sfide. In questo periodo in cui tutto sembra farci notare ciò che ci manca, che non abbiamo o che fatichiamo ad accettare, dovremmo cambiare sguardo e modo di vivere. Cogliendo e coltivando con amore le piccole cose quotidiane, i gesti che diamo per scontati, le gentilezze che possiamo fare verso gli altri, vuol dire costruire ed esser capaci di relazioni più profonde, vere, pur tra le difficoltà presenti.

I mosaici sono fatti con sassi che hanno forme e colori diversi ed ognuno va abbinato con gli altri, cercando l’incastro giusto, la sfumatura che può far risaltare di più la bellezza e l’originalità di ogni singolo pezzo e dell’insieme del lavoro. Per far questo ci vuole tempo e passione, è necessario provare e riprovare costantemente.
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In tante relazioni o con alcune persone facciamo particolarmente fatica, tendiamo a perder la pazienza o a ricadere negli stessi errori, mal sopportiamo la fatica altrui nel cambiare. Ma possiamo sempre provare e andare oltre le cadute e le fragilità, cercando comunque un dialogo, una possibilità di bene. Ciò richiede tanta passione e pazienza, la capacità di esser tenaci, di credere di più alla bontà che c’è nel cuore di ognuno, piuttosto che guardare il male che pure abita il cuore di ciascuno.
Un salmo dice che il nostro cuore è un “abisso”, a dire la profondità di quello che ci abita, ma anche la perseveranza, la cura che ci vuole per far affiorare la ricchezza che ci abita. A volte siamo come quei posti dove si scava un pozzo  artesiano piccolo e profondo, e dove, dopo tanto scavare, emerge un getto di acqua limpida e fresca.
Il Signore guarda il nostro sforzo continuo, tante volte ripetitivo, più che il risultato che non sempre è evidente o come l’avremmo immaginato. È un bene valorizzare quello che non viene sempre mostrato o reso evidente e che comunque costruisce e diventa segno di cura.
Tutto questo mi fa pensare a S. Giuseppe che ricordiamo in modo particolare nell’anno corrente. Un uomo del quale non abbiamo una parola, un personaggio che non emerge né cerca di farsi notare, ma un uomo libero, accogliente verso la volontà di Dio e che ha svolto il suo compito di prendersi cura di Maria e Gesù con semplicità e costanza. Chissà quanta fatica avrà fatto, ma anche quanta gioia avrà provato nell’abbandonarsi al volere di Dio! Sicuramente è stato un uomo fedele e perseverante, chiediamo a lui di accompagnarci imitandolo, nel cammino della nostra vita.

Caterina D’Apice 

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IL TEMPO CHE VIVIAMO

DARE SPAZIO AL CUORE 

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli…”. (Mc 9, 2 – 10)

Gesù ha invitato Pietro Giacomo e Giovanni a salire sul monte e chiama anche noi a “salire sul monte, in disparte per
parlarci a tu per tu”.
Questo è possibile se troviamo uno spazio di silenzio fuori e dentro di noi, se ci mettiamo in ascolto della sua Parola e
apriamo il nostro cuore… con fiducia e disponibilità, per comprendere la sua volontà, per capire cosa Lui desidera per la nostra vita. Certo sarebbe bello stare per lungo tempo in questo spazio di silenzio e preghiera
ma Gesù invita anche noi a lasciare il monte e a s c e n d e re in pianura, luogo in cui si svolge la nostra quotidianità di lavoro, impegni, problemi, difficoltà e tutto ciò che ci mette in affanno.
Spesso siamo talmente presi dal fare, che ci dimentichiamo di trovare quel
tempo e quello spazio – “il monte” – che ci permetterebbe, attraverso il

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silenzio e l’ascolto della Parola, di ritrovare equilibrio e serenità.
Gesù invita i suoi discepoli e ciascuno di noi a lasciare la pianura e seguirlo sul monte per metterci in ascolto di Lui, il Figlio amato dal Padre. E poi, anche se sarebbe bello fermarsi sul monte, ci sprona a ritornare alla nostra vita e a condividere con gli altri l’esperienza vissuta con Lui.
Il Signore ci invita a seguire i suoi passi, a non restare fermi nel nostro mondo ma ad andare con Lui verso gli altri, condividendo la bellezza del camminare insieme portando a tutti una parola, un gesto, un sorriso.
Un impegno potrebbe essere quello di trovare ogni giorno un po’ di spazio per noi stessi, per metterci in silenzio e per ascoltare ciò che il Signore dice al nostro cuore. E poi ritornare alla quotidianità della nostra vita cercando di affrontarla con occhi e cuore diversi e con maggiore disponibilità e apertura.

Annalisa Ostinelli – Como 

IL QUADERNO e LA MISSIONE…

Molti di voi stanno ricevendo uno scritto di Annalisa del Centro Missione di Como, allo scopo di verificare se la rivista de La Missione giunge al destinatario e se continua ad essere gradita. Tanti stanno rispondendo. A tutti giunga il nostro grazie per il riscontro. Ci piacerebbe pure avere dei suggerimenti perché il “quaderno” possa essere sempre più rispondente ai bisogni reali di chi lo legge, tutto o in parte. Abbiamo sempre ritenuto e continuiamo a credere che sia uno strumento utile a mantenere il collegamento tra persone lontane fisicamente, ma accomunate dal desiderio di crescere come donne e uomini e come cristiani, giovani e meno giovani.

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DOSSIER N. 65

FRATELLI TUTTI:
PER UNA NUOVA FRATERNITÀ UNIVERSALE

Giornate di spiritualità nel tempo di Natale 

I. Sintesi delle riflessioni svolte da
Don Roberto Bartesaghi
9 e 10 gennaio 2021
a cura del Centro Missione di Ostuni

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DOSSIER

FRATELLI TUTTI
PER UNA NUOVA FRATERNITÀ UNIVERSALE

Il tempo di Natale è caratterizzato per noi de La Missione come primo momento di formazione dell’anno associativo. È un’esperienza che generalmente condividiamo con le amiche del Centro di Como e che diventa anche per noi occasione per stare insieme qualche giorno “in presenza”, termine diventatoci caro ultimamente. Purtroppo, però, quest’anno non è stato possibile ritrovarci e con don Roberto abbiamo ipotizzato la possibilità di incontrarci on-line. Il coinvolgimento è partito dalle persone vicine ai Centri Missione di Como e Ostuni e poi pian piano abbiamo esteso l’invito a quanti da tanto tempo non riuscivamo più a incontrare di persona. È stato bello rivedersi… con qualche
anno in più, ma felici di poterlo fare!
La partecipazione è stata numerosa e positiva. Nel pomeriggio del 9 gennaio, don Roberto ha offerto la sua  riflessione, partendo dal secondo capitolo della enciclica di papa Francesco, Fratelli tutti. Il pomeriggio del 10 gennaio è stato, invece, dedicato agli interventi dei partecipanti, tutti molto arricchenti. Il grazie è rinnovato a don Roberto e a quanti si sono lasciati coinvolgere.
Un riscontro ultimo: viviamo un tempo che sta mettendo alla prova tutti, “obbligandoci” a sperimentare nuove possibilità di incontro e che queste accanto alle tradizionali possono aiutarci a sentirci più vicini, anche se distanti fisicamente.

Buona giornata e grazie … di ieri. È stato un momento importante. Uno spunto … per riflettere e pensare. Ho trovato molto efficace la modalità on-line. So che non è la stessa cosa che vedersi, però trovo che in questo periodo… queste possibilità di incontro siano un’importante risorsa… Alcune cose che non avrei potuto fare, perché impossibile andare o per logistica, sono riuscita a farle ugualmente. Davvero grazie e buona giornata Sabrina – Como 

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DOSSIER

1. UN ESTRANEO SULLA STRADA.
Apriamo gli orizzonti a partire dalla parabola del buon Samaritano (Lc 10,25-37) 

L’enciclica “Fratelli tutti” sarà il documento di riferimento per il cammino formativo di quest’ anno. Il primo capitolo dell’Enciclica è una lettura sulla realtà odierna; una realtà che mette un po’ di angoscia, quando la guardiamo. Siamo troppo bombardati da bollettini di guerra in questo tempo di pandemia e sufficientemente esperti di tutti i limiti del nostro tempo.
Il secondo capitolo, invece, pone una riflessione di fondo a partire dalla Parola di Dio. Ci poniamo in ascolto della parabola e poi ci addentreremo nel commento:

In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: “Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”. Gesù gli disse: “Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?”. Costui rispose: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso”. Gli disse: “Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai”. Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: “E chi è mio prossimo?”. Gesù riprese: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani 


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DOSSIER

 dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: «Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno». Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?”. Quello rispose: “Chi ha avuto compassione di lui”. Gesù gli disse: “Va’ e anche tu fa’ così”. (Lc 10, 25 – 37)

Partiamo dal testo che la introduce, per una primissima riflessione. Stiamo parlando della legge dell’amore, amore a Dio e amore al prossimo. Questo dottore della legge parla in modo molto preciso della legge e dell’amore, ma il popolo di Israele è arrivato solo progressivamente a comprendere il senso dell’amore al prossimo.
Il riferimento originario è al “preistorico” odio tra Caino e Abele. L’uomo di per sé non riconosce immediatamente la dimensione dell’amore fraterno: individualismo ed indifferenza fanno parte della sua natura peccaminosa. Ed anche oggi possiamo riconoscere questi sentimenti che emergono, se ci si dimentica di Dio, perché è Dio che ci insegna l’amore fraterno e verso il prossimo  (Fratelli tutti – cfr. n. 57).

Si tratta di un’opera progressiva, lenta e rispettosa della libertà dell’uomo. Il papa cita Giobbe, ma poi anche sant’Ireneo, a dirci che il percorso prosegue anche nella Chiesa e poi sottolinea come il popolo ebraico arrivò al comandamento dell’amore. Lo lesse inizialmente come solo diretto all’interno del popolo di Israele. Sarà con il cristianesimo che il comando diventerà universale e si arriverà ad amare anche lo straniero. Col senno di poi si può riguardare all’indietro e vedere che Dio insegnava così da sempre (cfr. Es 23,9; Lv 19, 33 – 34; […]).
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L’israelita non aveva compreso fino in fondo, ma anche dopo il Vangelo il messaggio può essere frainteso e così ritroviamo nel nuovo testamento,
in Paolo e Giovanni, l’invito a rinnovarci nell’amore verso tutti.
Che cosa ci insegna questa prima riflessione? Che non si finisce mai di imparare l’amore; che Dio ci ha rivelato già in pienezza la misura
dell’amore, ma noi non capiamo; che il cammino è ancora lungo perché l’uomo apprenda l’amore; che si può anche tornare indietro nel cammino,
regredire.
Fraternità e amicizia sociale sono beni sempre da ricercare e mai pienamente raggiunti; solo se ci manteniamo in ricerca possiamo
incamminarci verso di essi, anzi, quando pensiamo di essere arrivati, è allora che perdiamo la via maestra!
Veniamo allora alla parabola. Essa è incastonata tra due domande:
all’inizio c’è la domanda del dottore della legge a Gesù: chi è il mio prossimo? e alla fine c’è la domanda di Gesù: chi si è fatto prossimo?
La differenza? Potrebbe sembra re sia il verbo fare al posto del verbo essere … Anche questo sarebbe già in realtà un cambiamento non da poco. Dice che non basta sapere chi è il prossimo: occorre agire nei suoi confronti! Siamo nel mondo degli studi statistici, della valutazione degli andamenti. Mai come nei bollettini medici del Covid ci accorgiamo di come siamo
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DOSSIER

“affamati” di “sapere come va ”, ma il punto non è sapere, è fa re! So che il virus si diffonde per via aerea, allora perché non metto la mascherina? Torniamo alla differenza fondamentale che non è nel verbo, ma nel soggetto! Nella prima domanda il soggetto è l’altro, nella seconda sono io: il problema non è quanto l’altro sia bisognoso, ma quanto io mi metto in gioco per lui.

Gesù racconta che c’era un uomo ferito, a terra lungo la strada, che era stato assalito. Passarono diverse persone ….” (n. 63)

Il poveraccio era lo stesso sul cammino di tutti, ma non tutti si sono fermati. E soprattutto non tutti hanno fatto qualcosa! Abbiamo già due elementi drammatici in questa parabola: c’è un ferito e c’è l’indifferenza. “C’è un ferito”: è un’osservazione non da poco. Sulla strada c’è sempre un ferito e se non lo vediamo è perché ci siamo tirati fuori dalla strada. Se sto in mezzo agli uomini, sulla strada, il ferito c’è sempre! La nostra vita di uomini è vita di persone ferite. La strada da Gerusalemme a Gerico è molto simbolica: Gerusalemme è la città santa, la città di Dio, la città che sta sul monte; Gerico è la città più bassa, come altitudine, di tutta la terra: è in una depressione.

L’uomo nella sua vita spesso scende da Gerusalemme a Gerico: lascia Dio, il bene, la luce e scende, si allontana, sino agli estremi più bassi, fino a toccare il fondo. E questo vale per l’uomo comune come per l’uomo di Dio: anche il sacerdote scendeva, anche lui si sta allontanando da Dio e questo basta per generare in lui indifferenza. Non è una questione liturgica il suo non fermarsi: non c’è il problema di non contaminarsi. Sta venendo via dal tempio, non ci sta andando, ma sta venendo via da Dio e questo lo allontana dalla capacità di amare, di farsi prossimo.
E quando l’uomo si allontana da Dio, prima o poi si imbatte nei briganti. È la storia di sempre, c’è sempre un ferito: magari per colpa propria, magari di altri; un ferito nel corpo, nello spirito, nella fede… Dobbiamo riconciliarci con l’uomo ferito.
Questo è lo scandalo più grande di Gesù: ha accettato la normalità della fragilità dell’uomo, non ha rifuggito il male e il peccato: è venuto per i peccatori, scandalo! È morto come il peggiore dei peccatori, non solo per la morte

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infamante sulla croce, ma perché ha preso su di sé tutti i peccati! Questa è la realtà dell’uomo e va accettata e amata così! Altrimenti scatta il secondo grande drammatico elemento: l’indifferenza.
Aggrediscono una persona per la strada, e molti scappano come se non avessero visto nulla” (n. 65).

E non dobbiamo dire che capita solo agli altri di essere indifferenti.
Dobbiamo riconoscere la tentazione che ci circonda di disinteressarci degli altri, 
specialmente dei più deboli. Diciamolo, siamo cresciuti in tanti
aspetti ma siamo analfabeti nell’accompagnare, curare e sostenere i più fragili e deboli delle nostre società sviluppate. Ci siamo
abituati a girare lo sguardo, a passare accanto, a ignorare le situazioni finché queste non ci toccano direttamente” (n. 64).

È quotidiano voltarsi dall’altra parte e fare finta di non vedere.
Talvolta camuffiamo questo atteggiamento con termini che ci fanno sentire bene: riservatezza, rispetto, responsabilizzazione…
Ma la nostra coscienza sa bene quando è solo chiusura di cuore,
paura di lasciarsi coinvolgere: siamo tutti sulla via da Gerusalemme
a Gerico e la parabola ci fotografa tutti ad uno ad uno.
Ogni giorno ci troviamo davanti alla scelta di essere buoni samaritani oppure viandanti indifferenti che passano a distanza. E
se estendiamo lo sguardo alla totalità della nostra storia e al
mondo nel suo insieme, tutti siamo o siamo stati come questi
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DOSSIER

personaggi: tutti abbiamo qualcosa dell’uomo ferito, qualcosa dei briganti, qualcosa di quelli che passano a distanza e qualcosa del buon samaritano” (n. 69).

Proviamo per un momento allora a metterci nei panni di queste quattro categorie. La parabola, dice il papa, inizia dai briganti, anche se sono fuori scena, già passati (cfr. n. 72).
Due sono le attenzioni che dobbiamo allora avere verso i briganti: la prima è che è scontato che ci siano e, se è scontato, è facile anche esserlo. Quanto posso sentirmi estraneo alle ingiustizie di questo mondo? E quanto invece ne sono parte, promotore, causa? È troppo facile accusare le industrie di inquinare e non chiedersi che inquinanti servono per far la tinta! Se voglio la carta bianca quando nasce marroncina, certo inquino anche io.
E se le industrie non riescono a soddisfare le nostre richieste di occidentali di vaccini anticovid, io divengo la causa della non vaccinazione del povero del mondo… Allora forse il povero può pensare che farebbe solo bene a spararmi o rapirmi …
È vero che il male c’è comunque nell’uomo, ma questo non deve portarci al fatalismo. Il male c’è e in gran parte ne siamo responsabili con i nostri comportamenti.

La seconda attenzione sta nel chiederci se facciamo la nostra parte nel debellare il male, anche se per debellare il male, si può generare altro male. Ad esempio mi preoccupo del bandito e lascio morire il ferito. È quello che fanno tante lotte politiche su temi fondamentali: mentre si discute, il paziente muore! Il rischio di fermarsi ad un mare di parole e buoni propositi.
Oppure reagisco al male del bandito con altrettanto male contro il bandito e alla fine non genero altro che ulteriore odio e divisione.
C’è anche un altro modo di favorire il male ed è di starne a distanza e veniamo così ad immedesimarci con altri due personaggi della parabola, il sacerdote e il levita.

La parabola ci fa fissare chiaramente lo sguardo su quelli che passano a distanza. Questa pericolosa indifferenza di andare oltre senza fermarsi, innocente o meno, frutto del disprezzo o di una triste distrazione, fa dei personaggi
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del sacerdote e del levita un non meno triste riflesso di quella distanza che isola dalla realtà. Ci sono tanti modi di passare a distanza, complementari tra loro. Uno è ripiegarsi su di sé, disinteressarsi degli altri, essere indifferenti. Un altro sarebbe guardare solamente al di fuori. Riguardo a quest’ultimo modo di passare a distanza, in alcuni Paesi, o in certi settori di essi, c’è un disprezzo dei poveri e della loro cultura, e un vivere con lo sguardo rivolto al di fuori, come se un progetto di Paese  importato tentasse di occupare il loro posto. Così si può giustificare l’indifferenza di alcuni, perché quelli che potrebbero toccare il loro cuore con le loro richieste semplicemente non esistono. Sono fuori dal loro orizzonte di interessi” (n. 73).

In quelli che passano a distanza c’è un particolare che non posiamo ignorare: erano persone religiose. Di più, si dedicavano a dare culto a Dio: un sacerdote e un levita. Questo è degno di speciale nota: indica che il fatto di credere in Dio e di adorarlo non garantisce di vivere come a Dio piace. Una persona di fede può non essere fedele a tutto ciò la fede stessa esige, e tuttavia
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                                                                                                                                              Basilica di sant’Eustachio-Roma

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può sentirsi vicina a Dio e ritenersi più degna degli altri. Ci sono invece dei modi di vivere la fede che favoriscono l’apertura del cuore ai fratelli, e quella sarà la garanzia di un’autentica apertura a Dio… Il paradosso è che, a volte, coloro che dicono di non credere possono vivere la volontà di Dio meglio dei credenti” (n. 74).

I “briganti della strada” hanno di solito come segreti alleati quelli che “passano per la strada guardando dall’altra parte”. Si chiude il cerchio tra quelli che usano e ingannano la società per prosciugarla e quelli che pensano di mantenere la purezza nella loro funzione critica, ma nello stesso tempo vivono di quel sistema e delle sue risorse. C’è una triste ipocrisia…, altri mali che non riusciamo a eliminare, … un permanente squalificare tutto, al costante seminare sospetti propagando la diffidenza e la perplessità.
All’inganno del “tutto va male” corrisponde un “nessuno può aggiustare le cose”, “che posso fare io?”. In tal modo, si alimenta il disincanto e la mancanza di speranza, e ciò non incoraggia uno spirito di solidarietà e di generosità. Far sprofondare un popolo nello scoraggiamento è la chiusura di un perfetto circolo vizioso: così opera la dittatura invisibile dei veri interessi occulti, che si sono impadroniti delle risorse e della capacità di avere opinioni e di pensare” (n. 75).

Sono parole molto dure, taglienti che ci mettono tutti in discussione e subito lo sguardo allora va al samaritano. Che cosa lo differenzia dagli altri? Un sentimento: la compassione. Riesce a provare dentro di sé le stesse sensazioni che prova l’altro. Non basta vedere, occorre sintonizzarsi sulle fatiche degli altri e interiorizzarle e questo comporta l’avere un cuore capace di amare! Ecco la grande differenza: non è ripiegato su di sé ma è disponibile a coinvolgersi con l’altro: la risposta al dolore non è la fuga, né l’indifferenza, né lotta armata… ma l’amore! (cfr. n. 67).

Guardiamo allora il modo di agire del samaritano: si fa vicino, perché non si può soccorrere senza avere il coraggio di farsi vicini a chi soffre; gli cura con quel che ha le ferite e le fascia, perché l’amore chiede gesti concreti; poi lo
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prende con sé e cambia la sua strada per portarlo all’albergo, perché occorre sapersi mettere da parte e cambiare i propri piani per potersi prendere cura dell’altro. E questo vuol dire mettere al primo posto l’altro, al primo posto il bene di tutti rispetto al proprio. Scrive il papa:

[…] Guardiamo il modello del buon samaritano. È un testo che ci invita a far risorgere la nostra vocazione di cittadini del nostro Paese e del mondo intero, costruttori di un nuovo legame sociale. È un richiamo sempre nuovo, benché sia scritto come legge fondamentale del nostro essere: che la società si incammini verso il perseguimento del bene comune e, a partire da questa finalità, ricostruisca sempre nuovamente il suo ordine politico e sociale, il suo tessuto di relazioni, il suo progetto umano… la vita non è tempo che passa, ma tempo di incontro” (n. 66).

In fin dei conti è la nostra vera natura: solo riscoprendola possiamo ritrovare la nostra dignità di uomini: “siamo stati fatti per la pienezza che si raggiunge solo nell’amore. Vivere indifferenti davanti al dolore non è una scelta possibile; non possiamo lasciare che qualcuno rimangaai margini della vita”…” (cfr. n. 68)

Il samaritano ha scelto di non agire da solo: nella sua opera
ha coinvolto anche l’albergatore. Si tratta certamente di una
necessità, ma anche di una scelta: coinvolgersi con gli altri
rende tutto più semplice e più performante; oltre con sé e, 

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DOSSIER

fa bene a più persone e ci permette di avere il coraggio di affrontare il male: “Il samaritano cercò un affittacamere
che potesse prendersi cura di quell’uomo, come noi siamo chiamati a invitare e incontrarci in un “noi” che sia più forte della somma di piccole individualità; ricordiamoci che «il tutto è più delle parti, ed è anche più della loro semplice somma» (EG n. 235)” (n. 78).

Un’ultima nota su quest’uomo: nessuno lo ha ringraziato, né lui ha cercato alcun ringraziamento, perché il sapore più buono del bene è la gratuità (cfr. n. 79).

Ci manca un solo personaggio da guardare ed è l’uomo ferito: “[…] A volte ci sentiamo come lui, gravemente feriti e a terra sul bordo della strada. Ci sentiamo anche abbandonati dalle nostre istituzioni sguarnite e carenti, o rivolte al servizio degli interessi di pochi, all’esterno e all’interno” (n. 76).

Sintonizzarsi con il ferito vuol dire anche chiedersi come avrà reagito dopo: avrà semplicemente ringraziato riconoscendosi graziato e amato? Oppure avrà cercato vendetta per far ripagare con la stessa moneta i suoi aggressori? Il papa è certo che la proposta di Gesù è chiara e senza alternative: non ci può stare un ideale di vendetta (cfr. n. 71).
La parabola si pone come proposta puramente positiva, di ripartenza: anche il ferito deve lasciarsi convertire dall’amore del soccorritore, perché il male può essere sconfitto solo se si rinuncia a renderlo causa di altro male: “alla meschinità e al risentimento dei particolarismi sterili, delle contrapposizioni senza fine… facciamoci carico dei nostri delitti, della nostra ignavia e delle nostre menzogne. La riconciliazione riparatrice ci farà risorgere e farà perdere la paura a noi stessi e agli altri” (cfr. n. 78).

Ma quanto ci può costare questo tipo di ragionamento? Ribadisce il papa: “che in un altro passo del Vangelo Gesù dice: «Ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25,35). Gesù poteva dire queste parole perché aveva un cuore aperto che faceva propri i drammi degli altri. San Paolo esortava: «Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto» (Rm 12,15). Quando il cuore assume tale atteggiamento, è capace di identificarsi
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DOSSIER

con l’altro senza badare a dove è nato o da dove viene. Entrando in questa dinamica, in definitiva sperimenta che gli altri sono “sua stessa carne” (cfr Is 58,7)” (n. 84).

Occorre anche riconoscere nel povero il volto di Cristo: non si tratta solo di fare del bene: si tratta di amare Dio, “riconoscere Cristo stesso in ogni fratello abbandonato o escluso. Cristo ha versato il suo sangue

 per tutti e per ciascuno, e quindi nessuno resta fuori dal suo amore universale. E se andiamo alla fonte ultima, che è la vita intima di Dio, ci incontriamo con una comunità di tre Persone, origine e modello perfetto di ogni vita in comune” (cfr. n. 85) .
Questo comporta che per un credente non ci può essere nessuna discriminazione e nemmeno nessuna chiusura o egoismo.

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È importante che la catechesi e la predicazione includano in modo più diretto e chiaro il senso sociale dell’esistenza, la dimensione fraterna della spiritualità, la convinzione sull’inalienabile dignità di ogni persona e le motivazioni per amare e accogliere tutti” (n. 86).

Dobbiamo allora metterci in marcia e fare il bene che ci è possibile:
Dobbiamo essere parte attiva nella riabilitazione e nel sostegno delle società ferite. Oggi siamo di fronte alla grande occasione di esprimere il nostro essere fratelli, di essere altri buoni samaritani che prendono su di sé il dolore dei fallimenti, invece di fomentare odi e risentimenti. Come il viandante occasionale della nostra storia, ci vuole solo il desiderio gratuito, puro e semplice di essere popolo, di essere costanti e instancabili nell’impegno di includere, di integrare, di risollevare chi è caduto” (n. 77).

Un ultimo pensiero a conclusione: “È interessante come le differenze tra i personaggi del racconto risultino  completamente trasformate nel confronto con la dolorosa manifestazione dell’uomo caduto, umiliato…;  semplicemente ci sono due tipi di persone: quelle che si fanno carico del dolore e quelle che passano a distanza; quelle che si chinano riconoscendo l’uomo caduto e quelle che distolgono lo sguardo e affrettano il passo. In effetti,
le nostre molteplici maschere, le nostre etichette e i nostri travestimenti cadono: è l’ora della verità. Ci chineremo per toccare e curare le ferite degli altri? Ci chineremo per caricarci sulle spalle gli uni gli altri? Questa è la sfida attuale, di cui non dobbiamo avere paura. Nei momenti di crisi la scelta diventa incalzante: potremmo dire che, in questo momento, chiunque non è brigante e chiunque non passa a distanza, o è ferito o sta portando sulle sue spalle qualche ferito” (n. 70).
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DAI CENTRI MISSIONE

DAL CENTRO MISSIONE DI OSTUNI 

Donne della Bibbia” era il percorso scelto lo scorso anno con don Giulio Nobile per il gruppo delle amiche de La Missione del Centro di Ostuni. Lo avevamo, però, con dispiacere dovuto sospendere a marzo.
Visto il perdurare della situazione pandemica e sollecitate da qualcuna delle amiche, ci siamo chieste se avremmo potuto provare a riprendere il cammino on-line. Abbiamo invitato tutto il gruppo a dirci cosa ne pensavano: alcune entusiaste, altre incerte sulla loro capacità di utilizzare queste nuove modalità, qualche altra in difficoltà… Abbiamo provato e, dopo aver dato le istruzioni di massima, il primo esperimento è stato lo scambio di auguri natalizi. È stato molto bello rivedere alcuni volti e l’impegno di tutti a rispettare le regole della comunicazione on-line.
Da febbraio abbiamo ripreso gli incontri mensili e con piacere partecipa anche qualcuno che è lontano da Ostuni. Grazie anche a don Giulio per la disponibilità e la cura delle riflessioni. Il primo incontro è stato sul quarto capitolo
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DAI CENTRI MISSIONE

del Libro di Ester, che racconta della liberazione del popolo ebreo dallo sterminio e dall’odio minacciati da Aman, grazie all’intervento di Ester, una giovane ebrea divenuta regina di Persia, e di suo zio Mardocheo.
Tre sono state le parole chiave dell’incontro. La prova, come tempo di crisi che ci fa sentire vulnerabili e soli, ma che può diventare tempo prezioso per tornare a scoprire la compagnia di Dio e a credere in Lui. La preghiera, come tempo di verità nel quale riscoprire la propria identità (“Ricordati…”, è l’invito che fa Mardocheo a Ester) e “specchio della nostra interiorità”. La ribellione: “Mardocheo si ribella ad una decisione devastante e si ribella alla sopita accettazione di Ester; Ester a sua volta si ribella davanti a Dio, ricordandogli la sua vera fede che non è venuta
meno”. La preghiera dell’uno e dell’altra diventa “dialogo fecondo che fa germogliare la novità che porta vita”.

Nell’incontro di marzo la riflessione è stata sul nono capitolo del Libro dei Proverbi. L’accento è stato posto sulla “laboriosità come custodia del creato”. Nel testo emerge come la Sapienza sia il dono di Dio per eccellenza ed è espressa proprio dalla laboriosità. Il Libro parla della Sapienza come una donna laboriosa che si oppone alla donna follia. La laboriosità è il “mettersi a disposizione dell’altro senza scadere nell’attivismo sterile e infecondo”. L’irrequietudine della donna follia si oppone all’inquietudine che spinge a “mettersi in ascolto del proprio cuore” per cogliere il mistero che avvolge la propria vita e quella degli altri.

Il prossimo incontro farà riferimento al Cantico dei Cantici. Tema sarà “La bellezza nella reciprocità dell’Amore che fa crescere”.

Naturalmente, chi volesse partecipare, ed è fuori dai nostri “circuiti” telefonici o di posta elettronica, può fare riferimento ai Centri Missione di Como o di Ostuni.
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DAI CENTRI MISSIONE

LA BUONA EDUCAZIONE 

Una mattina come tante, sono in una lavanderia, alla quale ricorro
ai cambi di stagione per i capi particolarmente voluminosi,
prima di riporli. In genere, nell’attesa mi fermo a parlare con
Maristella, la signora che la gestisce: sempre gentile nel dare indicazioni
e suggerimenti a chi per la prima volta utilizza le macchine.
Le nostre “chiacchierate”, poiché è qualche anno che ci conosciamo,
hanno argomenti diversi: il lavoro, la famiglia, la scuola,
i figli, il rispetto, l’ordine… e, confidenzialmente, non nasconde
quanto la facciano star male il trattare con poco rispetto le
cose di cui usufruiscono in tanti: il non avere cura della pulizia e
dell’ordine dell’ambiente in cui trovano la soluzione ai loro bisogni,
nonostante metta a disposizione il necessario, l’alzare la voce.
Mi sento molto in sintonia con quello che Maristella dice e mi
piace ascoltarla mentre con semplicità fa le sue riflessioni. E
penso: se tutti avessimo la capacità di fermarci a riflettere sulle
cose che facciamo e soprattutto sul come le facciamo! Spesso
siamo portati a dire che “il lavoro è lavoro”, “il dovere è dovere”…
quasi fosse altro rispetto alla vita, alle scelte che operiamo,
al quotidiano, a quanto riusciamo a trasmettere ai giovani.
“Dire e non fare”, “fare e non dire”…
Spesso non riusciamo neppure noi a “sbrogliare la matassa”
delle diverse componenti della nostra vita, per cui diciamo e
pensiamo alcune cose e poi ne facciamo altre, generando ulteriore
confusione in noi stessi e negli altri.
Da più di un anno viviamo tempi difficili, nei quali stiamo facendo
conti con limitazioni, costrizioni, fasce più o meno colorate…
Quante opinioni! Ognuno ha da dire la sua in fatto di scelte
e di comportamenti, ed ognuno a suo modo: non curanza, indifferenza,
senso di onnipotenza, di arroganza, di ribellione, o al
contrario attenzione, pazienza, rigore…
Il rispetto delle distanze, l’uso delle mascherine rendono at-
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DAI CENTRI MISSIONE
tuale e pragmatico l’insegnamento più grande che Gesù ci ha lasciato,
accanto all’amore di Dio: “Ama il prossimo tuo come te
stesso” e “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto
a te”. È strano, ma ogni volta che mi trovo in un luogo pubblico,
insieme ad altre persone (in qualche ufficio o sala d’attesa, al
supermercato, in chiesa…) e le osservo con la loro mascherina,
il loro gel igienizzante e ben distanziate penso che ognuna non
sta proteggendo solo se stessa, ma anche me e spesso, senza
conoscermi, mi dice implicitamente che mi vuole bene.
Torno all’inizio del discorso, a Maristella che nel suo negozio
ha messo ben in evidenza un cartello con un messaggio chiaro
(è nel riquadro giallo!) che calza certamente con la buona educazione,
ma ha a che fare soprattutto con un modo di vivere. La
calma, il rispetto, l’umiltà, la cura di relazioni pacifiche, della reciprocità,
della gentilezza e della generosità, atteggiamenti che
dobbiamo recuperare e questo tempo ce ne offe l’opportunità.
Rosa Morelli – Ostuni
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DAI CENTRI MISSIONE
Fate le cose con calma, leggete le istruzioni,
per qualsiasi problema, dubbio o perplessità
non fatevi prendere dal panico, chiamate
tranquillamente, senza mettervi ad urlare o
ad aggredire con arroganza. Siate gentili e
calmi ed io avrò piacere di esserlo con voi.
Per ogni problema o imprevisto si può trovare
la soluzione.
Maristella
# campagna per la salvaguardia della buona educazione
INCONTRI CHE FANNO CRESCERE…
Il bambino
sulla destra si
chiama Ke v i n .
Durante queste
vacanze di Natale,
att ra tt o
dai quadri, con
aria curiosa, si
avvicinò all o
studio dove
mio padre si
dedica alla pitt
u ra. Mio padre,
lusingato e
sorpreso dall’interesse mostrato dal bambino lo invitò a varcare
l’uscio della porta e, con esso, la soglia della timidezza. Dopo un
dialogo incentrato sulla passione condivisa per l’arte si lasciarono
con l’intesa che avrebbero collaborato nella realizzazione di
un disegno. Seguirono alcuni incontri e reciproci doni di disegni.
Terminate le vacanze natalizie e con l’irrigidirsi delle temperature
mio padre diradò la sua presenza in studio e il bambino riprese
ad andare a scuola. Stamane, dopo la pausa invernale[…],
Kevin si è ripresentato allo studio di mio padre, accompagnato,
ancora una volta, dalla sua curiosità verso il disegno. L’immagine
[…] potrebbe essere il “frame” di un film fatto di delicatezza,
buoni sentimenti e zucchero filato […]. Si alimentava in me la
voglia di conoscere il protagonista, Kevin. Il destino, a volte, è
davvero strano. Nel pomeriggio avevo un appuntamento. Mi trovavo
in via Fighera quando […] mi sento domandare: “Scusi, do –
v’è viale della Libertà?”.
È un bambino, uno scricciolo, […] ai miei occhi, è troppo piccolo
perché io gli dia delle indicazioni. Decido di accompagnarlo.
Lungo la strada gli raccomando, forse un numero irragionevole
di volte, di fare attenzione ogni volta che attraversa la strada,
di badare a destra e a sinistra e aggiungo che viale della Libertà
è proprio la strada dove per anni ho vissuto da bambina
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DAI CENTRI MISSIONE
[…]. Lui mi specifica che doveva recarsi in un negozio che vende
colori. […] Arriviamo. Serranda abbassata. Niente colori,
niente disegni. Niente svago.
Sennonché di fianco alla serranda su un foglietto era indicato
un numero di cellulare per informazioni. Decidiamo di chiamare
per sapere se quella serranda si sarebbe alzata. (Il proprietario)
lo conoscevo […] e ricordo che spesso lo andavo a trovare nella
sua bottega di colori ma, ancora di più, lo conosce mio padre
poiché é il suo attuale rifornitore. Non avevamo alcuna intenzione
di andar via senza colori […]. Chiamo e, temendo non si ricordasse
di me, gli specifico che sono la figlia di Piero Marinò e
che ero in compagnia di un bambino che doveva comprare dei
colori. [… ] (Il proprietario del negozio) mi dice di non essere a
Martina Franca [… ]. Kevin mi dice però di conoscere Piero Marinò.
Io stranita, finalmente realizzo che quel bambino […] era
lo stesso di cui solo a pranzo papà mi aveva parlato, suscitando
in me tenerezza e la voglia di conoscerlo. A quel punto decidiamo
di chiamare direttamente papà fiduciosi del fatto che i colori
ce li avrebbe prestati lui e che l’acquisto poteva essere posticipato.
E così è stato. Il prosieguo della storia non si può raccontare
perché è in corso. Poco fa mio padre ha ricevuto una telefonata.
Era Kevin, che gli chiedeva se sarebbe andato allo studio
a disegnare e colorare.
Anna Flora Marinò
Ricordo Kevin come fosse oggi! Ci sono persone che frequentiamo
per anni…e non lasciano alcun ricordo!! E poi ci sono persone,
un bambino in questo caso, che lasciano una traccia indelebile!
Quando facemmo conoscenza si introduceva nello studio
con passo felpato, con discrezione, un sorriso, e con quella sua
voce gentile, esile… Era curioso. Voleva apprendere, imparare a
disegnare. Gli diedi alcuni rudimenti […]. Mi portò un disegno
realizzato dalla sorellina di quattro anni. Mi interessai alla sua vita
scolastica e lo incitai a studiare con gusto, in maniera costante.
Frequentava la terza elementare. Gli piaceva giocare a pallone,
per la strada. Poi andò via…. […]. Non l’ho più visto!!!
Piero Marinò – Martina Franca (TA)
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DAI CENTRI MISSIONE
DOMANDE E RISPOSTE AL TEMPO DEL COVID E NON…
D.: Mi risulta che le epidemie esistessero anche in passato.
Ma venivano curate? Ed esistevano anche allora quelli che ne
negavano l’esistenza e che oggi chiamiamo i ‘negazionisti’?
Marta
R.: Delle epidemie e dei relativi rimedi ci parla già la Bibbia,
3.500 anni fa. Nel 13° capitolo del Levitico viene descritta la
pestilenza del tempo, la lebbra, e le cautele da adottare: la distanza,
l’igiene, la copertura delle vie respiratorie e l’isolamento;
“se hai sintomi, mantieni le distanze, copriti la bocca
ed evita il contatto”; “lavati le mani, le vesti e le strutture”. E
l’uomo che ha contratto la lebbra “abiterà da solo, fuori dell’accampamento”.
Anche il Vangelo parla dei lebbrosi e come
comportarsi nei loro riguardi. E poi, nei secoli successivi, anche
la letteratura ha trattato ripetutamente questi nefasti
eventi, dai Promessi sposi del Manzoni, alla Peste di Camus…
E perché, allora, molte persone negano l’esistenza delle epidemie
e le ritengono una ingannevole invenzione? Una parte
di queste persone nega l’evidenza di questi fenomeni per convinzioni
ideologiche e politiche dissenzienti da quelle in vigore
mentre un’alt ra
parte cerca di rimuovere,
dalla coscienza
e dalla memoria,
i fatti e i vissuti
troppo tristi e
negativi, oppure li
seppellisce nel proprio
inconscio, dal
quale molto difficilmente
risaliranno a
livello di coscienza
e, quindi, di presa
d’atto della realtà e
della verità.
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DAI CENTRI MISSIONE
D.: Perché in tempo di crisi, come quello della pandemia,
emergono comportamenti estremi, nel bene e nel male, co –
me quelli che vediamo in molte cronache televisive?
Michela
R.: Perché, in periodi di “normalità”, i comportamenti positivi
e negativi, le virtù e i vizi, non si rivelano in modo così netto
come durante le crisi sociali come quella che abbiamo vissuto
con la pandemia. Abbiamo visto il comportamento di alcuni
personaggi che sfruttavano l’occasione di crisi generale per
accumulare beni e proprietà, spesso prese a persone ridotte
al lastrico. Nel contempo abbiamo visto la vita di sacrificio e
di dedizione di medici e infermieri, e anche di altre categorie
di volontariato, con turni di lavoro snervanti, per curare i ricoverati
da Covid-19.
Si sono delineate, in
questo anno di crisi,
due pro p e n s i o n i
umane, contra p p oste:
la propensione
all’egoismo, ad accumulare
beni e denaro,
e la propensione
a donare, a dare
il meglio di sé agli
altri; la tendenza all’avarizia
e quella alla
generosità. L’avaro pone nel possesso tutto il suo potere,
anzi il suo stesso essere, la sua identità; la persona generosa,
al contrario, sacrifica l’interesse e le soddisfazioni personali
per il bene altrui. E nella sua lettera, signora Michela, domanda
anche cosa fare per indirizzare i propri figli al bene, all’altruismo.
In educazione la strategia più efficace è sempre
l’esempio: essere attenti e disponibili verso il figlio, ascoltarlo,
assecondarlo nelle iniziative di intraprendenza e di collaborazione
a favore degli altri.
a cura del prof. Pio Cinquetti
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DAI CENTRI MISSIONE
NOI E … IL COVID
Brancoliamo nel buio. Il Covid ha invaso il pianeta-terra colpendo
più intensamente i territori densamente popolati ed economicamente
più floridi. La sua diffusione… ha sconvolto i nostri
ritmi di vita, i progetti. Ha sollevato inquietanti interrogativi sul
futuro… Ci sentivamo liberi, autosufficienti ed efficienti, capaci di
raggiungere qualsiasi meta, eppure ci lamentavamo di quella
“routine” … agognando chissà che cosa… Oggi rimpiangiamo
quella normalità sentendo i bollettini epidemiologici che riportano
i numeri dei nuovi contagi e dei decessi e ci rendiamo conto
della nostra impotenza e vulnerabilità di fronte a simili flagelli.
Scienziati, virologi stanno testando farmaci atti a prevenire il
virus, ma si naviga ancora nell’incertezza riguardo la loro efficacia,
i modi per somministrarli, gli effetti collaterali ecc.
… Il lockdown ha imposto delle restrizioni negli spostamenti,
sicché i rapporti tra le persone sono affievoliti per non dire scomparsi
per la paura del contagio… L’economia langue, la produttività
ha subito una notevole flessione in tutte le nazioni … fabbriche
ed esercizi commerciali chiudono i battenti ingrossando le fila
dei disoccupati.
Anche i capi di governo stentano
a trovare delle valide soluzioni
per arginare la diffusione
del contagio e per garantire
l’assistenza sanitaria a causa
dell’insufficienza di strutture e
di personale. A queste piaghe
della collettività si aggiungono
… paura, smarrimento, solitudine,
lutti, malesseri più o meno
gravi legati al Covid, patologie
pregresse e trascurate a causa
dell’emergenza…
A fronte di questi drammi è
inevitabile l’insorgenza di tanti
interrogativi e anche di sensi di
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DAI CENTRI MISSIONE
Ciliegio fiorito a dicembre
colpa. Secondo autorevoli scienziati è stato l’uomo del nostro
tempo a procurare tali guasti con la presunzione … di avere diritto
a sconvolgere le leggi che regolano la vita del creato piegandole
ai suoi fini utilitaristici…
La pandemia, pertanto, non è un fulmine a ciel sereno, ma
l’ovvia conseguenza degli errati comportamenti del singolo e
della collettività. Il vaccino la debellerà, ma non sarà la panacea
capace di sanare il mondo… altri virus continueranno a proliferare
e a infestare il pianeta e si chiameranno fame, sete, guerra,
emarginazione, inquinamento, sfruttamento di uomini e cose.
Se vogliamo curare questi morbi, dobbiamo impegnarci a distruggere
dentro di noi i veleni dell’anima, in primis la superbia
e la conseguente convinzione di essere dei superuomini, poi
l’egoismo e la conseguente corsa al profitto personale, infine
l’indifferenza, se non il disprezzo delle fragilità, delle miserie, dei
bisogni di chi vive ai margini della società. Quindi è auspicabile
una “conversione” da perseguire con la reimpostazione e la scelta
di un “modus vivendi” coerente con gli ideali e i valori umani
che, per noi cristiani, si identificano con i dettami del Vangelo…
I rappresentanti dei 193 Paesi delle Nazioni Unite … il 25 settembre
2015 hanno sottoscritto l’Agenda 2030, … entrata in vigore
il 1° gennaio 2016. Il Documento individua 17 obiettivi da
perseguire entro il 2030 rispondenti alla visione integrata dello
sviluppo sostenibile in tutte le sue componenti – sociale, ambientale
ed economica – i cui pilastri sono le cinque P: persone,
prosperità, partnership, pianeta, pace.
L’angosciosa vicissitudine… scuota la coscienza dei capi di governo
affinché adottino scelte politiche volte al rispetto della vita
umana e del bene comune, la coscienza dei magnati delle attività
produttive affinché le dinamiche di produzione adottate
tengano conto dell’impatto ambientale, la coscienza dell’uomo
comune che deve educarsi autonomamente e tramite canali formativi
e informativi… a considerare gli elementi esistenti in natura
creature di Dio da curare e rispettare.
Febronia Loricco – Ostuni
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DAI CENTRI MISSIONE
GIUSEPPE PADRE NELL’OMBRA1
Lo scrittore polacco Jan Dobraczynski, nel suo libro L’ombra
del Padre, ha narrato in forma di romanzo la vita di San Giuseppe.
Con la suggestiva immagine dell’ombra definisce la figura di
Giuseppe, che nei confronti di Gesù è l’ombra sulla terra del Padre
Celeste: lo custodisce, lo protegge, non si stacca mai da Lui
per seguire i suoi passi… Padri non si nasce, lo si diventa. E non
lo si diventa solo perché si mette al mondo un figlio, ma perché
ci si prende responsabilmente cura di lui. Tutte le volte che qualcuno
si assume la responsabilità della vita di un altro, in un certo
senso esercita la paternità nei suoi confronti.
Nella società del nostro tempo, spesso i figli sembrano essere
orfani di padre. Anche la Chiesa di oggi ha bisogno di padri…
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DAI CENTRI MISSIONE
1 Cfr. PAPA FRANCESCO, Lettera apostolica Patris Corde, in occasione
del 150° anniversario della Dichiarazione di San Giuseppe quale Patrono
della Chiesa Universale, 8 dicembre 2020 (n. 7)
Essere padri significa introdurre il figlio all’esperienza della vita,
alla realtà. Non trattenerlo, non imprigionarlo, non possederlo,
ma renderlo capace di scelte, di libertà, di partenze…
L’amore che vuole possedere, alla fine diventa sempre pericoloso,
imprigiona, soffoca, rende infelici. Dio stesso ha amato
l’uomo con amore casto, lasciandolo libero anche di sbagliare e
di mettersi contro di Lui. La logica dell’amore è sempre una logica
di libertà, e Giuseppe ha saputo amare in maniera straordinariamente
libera. Non ha mai messo sé stesso al centro. Ha
saputo decentrarsi, mettere al centro della sua vita Maria e Gesù.
La felicità di Giuseppe non è nella logica del sacrificio di sé, ma
del dono di sé. Non si percepisce mai in quest’uomo frustrazione,
ma solo fiducia. Il suo persistente silenzio non contempla lamentele
ma sempre gesti concreti di fiducia. Il mondo ha bisogno
di padri… Ogni vera vocazione nasce dal dono di sé, che è
la maturazione del semplice sacrificio. Anche nel sacerdozio e
nella vita consacrata viene chiesto questo tipo di maturità. Lì dove
una vocazione, matrimoniale, celibataria o verginale, non
giunge alla maturazione del dono di sé fermandosi solo alla logica
del sacrificio, allora invece di farsi segno della bellezza e
della gioia dell’amore rischia di esprimere infelicità, tristezza e
frustrazione.
La paternità che rinuncia alla tentazione di vivere la vita dei figli
spalanca sempre spazi all’inedito…
Tutte le volte che ci troviamo nella condizione di esercitare la
paternità, dobbiamo sempre ricordare che non è mai esercizio di
possesso, ma “segno” che rinvia a una paternità più alta. In un
certo senso, siamo tutti sempre nella condizione di Giuseppe:
ombra dell’unico Padre celeste, che «fa sorgere il sole sui cattivi
e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt 5,45);
e ombra che segue il Figlio.
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DAI CENTRI MISSIONE
CUORE DI PADRE…
“C’era una volta un piccolo fiore dai petali colorati e bellissimi
che spuntò, quasi per miracolo, in un deserto. Il troppo sole e
la poca acqua lo stavano lentamente facendo appassire.
Un giorno Dio passò di lì, lo vide e ne ebbe teneramente com –
passione. Così decise di coglierlo e di tenerlo con sé nelle sue
grandi mani. Dopo aver lungamente percorso montagne, colline
e mari, un giorno, posò lo sguardo su una distesa verdissima di
erba. Il sole illuminava gli steli facendoli luccicare, il vento li fa –
ceva danzare, mentre una leggera pioggia, di tanto in tanto, li
rinfrescava. Con le sue
grandi mani toccò lieve –
mente la terra e sentì che
era buona ma nonostan –
te ciò non c’erano fiori a
rallegrare quel grande
verde. Cosi posò il picco –
lo fiore tra gli steli d’erba
fresca che lo accolsero e
lo tennero con sé. Il fiore
aprì i suoi petali come
non aveva fatto mai, il
suo gambo si rafforzò, le
sue piccole radici trova –
rono sempre più stabilità
nelle soffice terra. «Dio
disse alla terra: Sii per
questo piccolo fiore una
casa, un rifugio perché
possa mettere solide ra –
dici e i suoi petali diventare come ali». Poi guardò il fiore: «La
tua bellezza renda sempre più generosa e feconda questa ter –
ra!».
Che bello! – pensò Dio – Da questo incontro inaspettato nascerà
una storia d’amore bellissima. Ognuno ha trovato nell’altro
il suo completamento! Dio guardò il cielo. Un nuovo giorno
stava per iniziare: era l’alba di un nuovo giorno.”
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DAI CENTRI MISSIONE
Queste sono le parole che abbiamo voluto lasciare ai nostri
amici il giorno del Battesimo della nostra prima figlia. Dicono
tutto, o quasi, della nostra esperienza di genitori adottivi. Tutto
nasce da un incontro, da un sì e dalla fiducia in Dio. Un figlio è
sempre un dono, se è vissuto nella prospettiva di Dio. Io, da padre
adottivo, ho sempre tenuto davanti a me l’immagine della
famiglia di Nazareth che prima di tutto è l’immagine di una famiglia
umana.
Quale straordinaria e inaspettata esperienza di fecondità è
presente in loro? La fecondità di Maria è la fecondità dello spirito
non della carne, la fecondità di Giuseppe è la fecondità che
nasce dalla gratuità e dalla responsabilità di dire sì ad un progetto
anche se agli occhi e alla mente apparentemente incomprensibile.
La maternità e la paternità sia biologica che adottiva è sempre
un’esperienza di accoglienza. Per me è stato così. Accogliere un
figlio nato non dalla propria carne è stato per me vivere nella
quotidianità e in pienezza l’esperienza del dono, sapere cioè che
ciò che mi è stato dato non è di mia proprietà (quanti genitori
pensano questo dei propri figli!) ma l’ho ricevuto per averne cura,
rispetto, per esserne guida nel cammino di crescita.
Voglio immaginare che non passasse giorno in cui Giuseppe
non guardasse suo figlio e non riconoscesse certo nei suoi occhi
e lineamenti i suoi, ma non sentisse comunque con tutto il cuore
che quel figlio gli apparteneva fino all’ultimo capello del suo
capo. Questo è il miracolo che genera l’esperienza della paternità
adottiva. Non è la carne che ci lega ma ciò che siamo l’uno
per l’altro nella quotidianità fatta di splendide gioie ma anche di
tanta fatica. Nulla ci appartiene fino in fondo e i miei figli me lo
ricordano ogni giorno.
L’esperienza della paternità adottiva, credo, mi abbia reso
sempre più terreno fertile. Dio ha bisogno di trovare spazio per
coltivare piccole piante e fiori di cui altri si sono dimenticati.
Mauro Castelli – Como
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DAI CENTRI MISSIONE
I CENTRI MISSIONE
“L’Associazione si articola in Centri Missione, nei quali una o
più persone vivono secondo il carisma dell’Associazione e ne
promuovono le attività che le sono proprie. Il Centro Missione
è la cellula viva dell’Associazione e può essere caratterizzato dalla
presenza di una o più effettive, di un gruppo di Amici o dalla
collaborazione di entrambe le forme” (dallo Statuto de “La Mis –
sione”, art. 8).
COMO
in Via Lissi, 17 – tel. 031.4310792
e-mail: lamissione@libero.it
e collaboriamo con la
Parrocchia San Martino di Rebbio
OSTUNI (BR)
in Via A. Salandra, 26 – tel. 0831.332623
e-mail: morellirosa@libero.it
e collaboriamo con la
Parrocchia Madonna del Pozzo
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DAI CENTRI MISSIONE
Rinnoviamo il nostro grazie a quanti con modalità diverse compartecipano,
anche in questo tempo così pieno di difficoltà, alle
spese di stampa e di spedizione della rivista. Per chi volesse
contribuire con offerte libere il numero di conto corrente è:
0055277560 intestato all’Associazione La Missione
(IBAN: IT16 M076 0115 9000 0005 5277560).
La rivista è comunque e sempre spedita a titolo gratuito.
N A S T R I
A D E S I V I
L A R I A N I
ALBERTO QUERCI
22070 CASNATE CON BERNATE (Como)
Via Socrate, 33 – Tel. 031.450972-Fax 031.450663
nal@internetpiu.com
Querci A. & C sas
Dalla BOZZA N. 5 – Pasqua 1981
Carissime, …
una lettera dice:
“… la società
ci seppellisce
sotto le cose, ci
a d d o r m e n t a
piene di noia,
anche quando
ci fa giostra re
in pieno carnevale…”.
Un’altra
commenta: “Sono felice perché La Missione mi ha aperto il
cuore al più vivo interessamento per l’umanità. Prima se mi
accorgevo di un’altra era per il vestito che indossava, per la
moda o per qualche particolare maniera di fare. Ora, non so
neppure spiegarmi perché, penso ai suoi … pensieri, al tormento
che avrà dentro, al senso di solitudine che, forse, ha,
al modo di avvicinarla per dirle con gioia dei valori che La
Missione mi ha fatto scoprire”.
La Missione è così: non è nata a tavolino, ma sulle strade,
in macchina, nei nostri incontri, nei vostri cuori. La madre di
Gesù ha camminato tanto per portare Gesù a tutti. Il Vangelo
è nato così: sui sentieri dell’umanità. Ad Abramo, nostro
padre nella fede, fu detto: “Vattene dalla tua terra… dal
tuo io”. Gesù, il Figlio dell’Uomo, ha camminato tanto da
sentirsi stanco: per ritrovare noi, smarriti nei vicoli ciechi del
nostro scappare assurdo. Se ci lasciamo prendere da Cristo,
noi sentiremo il bisogno di andare verso gli altri perché la
fraternità allarghi le sue braccia per un abbraccio più grande;
saremo sospinte a rintracciare le altre perché sentano
l’amore del Padre e gustino la gioia di una famiglia ritrova-
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GLI SCRITTI DI DON MARCO
DAGLI SCRITTI DI DON MARCO CINQUETTI
ta… Io sogno una cosa sola: che voi sappiate fare tutto e
che portiate avanti La Missione in maniera da commuovere
gli Angeli, a gioia di Cristo e a salvezza di tutte…
Informare la propria vita ad un grandissimo amore apostolico
è l’ideale più grande. E questo, mentre spinge a donarsi
e a spendersi per tutti, porta alla missione più grande:
suscitare per l’azione potente dello Spirito Santo, vocazioni
apostoliche. È un modo nuovo di vivere: “convertiteti e affidatevi
al Vangelo”. Si vive di fede, operatrici di salvezza per
tutti, nell’amore di Cristo che vuol vivere la vita di ciascuna
per donarsi a tutti attraverso il nostro amore. Poi verrà
l’amicizia più grande con quelle de La Missione. Un’amicizia
che fa sentire legate da vincoli sacri, da un’unica fede, dalla
stessa missione, da un solo amore…
La Missione si re a lizza prima di tutto nella pre g h i e ra e nel
c o n t i n u a re a formarsi, senza stancarsi… Senza pre g h i e ra, la
v ita consacrata manca di signif i c a t o, perde i contatti con la
sua sorgente, si svuota della sua sostanza e non può ra g g i u ng
e re il suo fine… Formarsi continuamente vuol dire “cammin
a re” secondo il Vangelo e confrontarsi ogni giorno con Gesù
Cristo per tirar su quell ’impianto spirituale e morale che
m e tta in linea con i pensieri del Pa d re la propria vita e pre p ari
ad incarnare la missione che viene affidata a ciascuna…
C o ra g g i o, sore lle mie! Voi vivete in pro fo n d ità “nel cuore
d e lla Chiesa”. La vo s t ra intensa pre g h i e ra e il vo s t ro spirito di
a m o re e di dedizione è sia un dono al mondo, sia una sfida
al mondo stesso. Il Papa (Giovanni Paolo II) ha detto in Giappone:
“… siate sempre fe d e li al vo s t ro ruolo nonostante le
tentazioni, e siate fe lici di conservarla vo s t ra interiore identità
e di essere riconosciute esteriormente per ciò che siete”.
Un abbraccio pasquale. Vi auguro di balzar fuori dal sepolcro
di Cristo donne nuove, pronte a ricevere dal Risorto – il
grande Missionario del Padre – il “mandato” per la salvezza
del mondo. Buona Pasqua! Fraternamente.
Don Marco
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GLI SCRITTI DI DON MARCO
GIORNATE FORMATIVE – ANNO 2021
Nel 1980, quando don Marco avvia “La Missione”, definisce così
il suo ideale:
«La Missione è una esperienza, nella Chiesa e per la
Chiesa, di idee e di umanesimo integrale che si apre alla
fede e al senso squisitamente apostolico – pastorale
ed ecumenico della Chiesa. Ha uno scopo educativo e
formativo» (dall’introduzione allo Statuto dell’Associazione
La Missione).
Per il perdurare della situazione pandemica anche l’incontro
formativo del tempo di Pasqua si svolgerà in modalità on-line.
La partecipazione è aperta a tutti e chi lo vorrà potrà fare riferimento
ad uno dei Centri Missione per ricevere notizie sullo modalità
di collegamento.
FRATELLI TUTTI PER UNA NUOVA
FRATENRITÀ UNIVERSALE
Guida e animatore DON ROBERTO BARTESAGHI
assistente spirituale dell’Associazione
2. Giornate di spiritualità nel tempo di Pasqua
24 e 25 aprile 2021
– Dialogo e amicizia sociale (Fratelli tutti cap. VI)
Impariamo la fraternità nella vita quotidiana
– Sull’esempio di Giuseppe
Dalla “Patris Corde” impariamo a farci imitatori
di San Giuseppe
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